“Deepwater – Inferno sull’oceano”: recensione

dw_140x200_mark-800x1143Il 20 aprile 2010 sulla Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, si è verificato uno dei più gravi disastri mondiali causati dall’uomo. E Peter Berg l’ha voluto ricordare col film Deepwater – Inferno sull’oceano, in uscita oggi, 6 ottobre, nelle sale italiane.

La pellicola interpretata da Mark Wahlberg, Kurt Russell, John Malkovich, Dylan O’Brien e Kate Hudson, narra una storia di vitale importanza che molti ancora non conoscono: la vicenda dei centoventisei lavoratori che si trovavano a bordo della Deepwater Horizon quel giorno, e che in un attimo, si ritrovarono catapultati nell’incubo peggiore della loro vita. Armati di solo coraggio, cercarono di far fronte a una situazione terribile e di arginare l’inferno di fuoco che si era scatenato nel bel mezzo dell’oceano, ma alcuni non riuscirono a sopravvivere.

Ecco il vero intento di Berg, perché qui, infatti, la questione ecologica dei milioni di barili di greggio riversatisi nelle acque del Golfo del Messico è sì accennata esplicitamente, ma non è focale. Di per sé l’intera narrazione verte sul valore umano, perché è un chiaro omaggio alle undici vittime del disastro e ai sopravvissuti. Di fatto, si tratta di un disaster movie a tutti gli effetti, che vira nel genere survival e che mette in luce eventi realmente accaduti, con un approccio estremamente rigoroso.

Non ci sono fronzoli, soltanto ritmo dettato dall’urgenza di mostrare persino i meccanismi e i tornaconti economici che portarono la BP (British Petroleum) a non prestare la massima attenzione alla sicurezza sul lavoro, per poi esplodere in maniera emorragica con l’incendio devastante e incontenibile che costò caro a molte vite. La catastrofe, infatti, è inquadrata da una tensione sempre presente e fa luce

sulla marea nera che ne derivò, e che invase le coste della Florida, della Louisiana, del Mississippi e dell’Alabama. Lo sversamento di oltre cinquecentomila tonnellate di petrolio durò per centosei giorni. I danni furono (e sono) incalcolabili, per gran parte del greggio si depositò sui fondali avvelenando l’intero ecosistema marino.

A livello, tecnico, poi, l’impianto narrativo e registico viene trattato in maniera molto simile a L’inferno di cristallo, ma non c’è nessuna intenzione di sviscerare la parte emotiva di questa terribile vicenda, perché tutto viene violentemente rivelato, come una cruda testimonianza, uno schietto documento drammatico. In sostanza, Deepwater  – Inferno sull’oceano è un palese tributo a tutti quei cuori che quel giorno, su quella piattaforma maledetta, smisero di battere.

Silvia Casini

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