Abusata dal patrigno: non regge al peso di quanto le è successo

Juliet Crew (foto dal web)
Juliet Crew (foto dal web)

Juliet Crew, 22 anni, si è uccisa tre anni dopo che il suo patrigno è stato scagionato dall’accusa di aver abusato ripetutamente di lei. L’uomo, il 60enne Nigel Parkin, era accusato di aver abusato sessualmente, toccato e violentato la figlia almeno dieci volte. Ma è stato giudicato non colpevole nel 2012, dopo che è stato stabilito che sia la 22enne che un’altra vittima avrebbero avuto dei problemi mentali. “Il sistema giudiziario in questo paese, in particolare per le vittime di reati sessuali, è disgustoso, non c’è giustizia”, è lo sfogo di Juliet Crew, che già in precedenza aveva tentato più volte il suicidio.

“Non riesco a fidarmi delle persone. Non voglio vivere in un mondo dove non c’è giustizia”, scrive ancora la giovane, il cui corpo senza vita è stato trovato dalla madre nella loro casa di Taunton, nel Somerset. Si legge nelle risultanze dell’inchiesta sul suo suicidio: “Si sentiva che era stata delusa dalle autorità, in particolare dal sistema giudiziario e dai servizi di salute mentale. Era sbalordita che Nigel Parkin fosse ancora in libertà tra le persone più vulnerabili. Non si è mai ripresa da questo sentimento di ingiustizia”.

La ragazza si era confidata con un’insegnante nel 2010: nonostante quello che le accadeva ha continuato a ottenere il massimo dei voti nei suoi esami di specializzazione post diploma e ha iniziato a studiare architettura presso l’Università di Nottingham nel 2011, ma la madre ha detto che “ha perso la sua brillantezza”. Tra il 2014 e il 2015, in seguito all’assoluzione del patrigno, Juliet Crew ha iniziato a perdere peso e le è stato diagnosticato un disturbo da stress post-traumatico. Quindi le sono stati prescritti antidepressivi, sonniferi e farmaci anti-psicotici. Il patrigno, nel frattempo, è stato riassunto sul suo posto di lavoro e ha ripreso a fare una vita normale.

GM