Effetto domino, le scosse potrebbero non fermarsi qui

Terremoto (ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)
Terremoto (ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

La scossa che ieri ha messo in ansia il cuore d’Italia alle 7:40 del mattino è stata la più forte, che il nostro paese ha subito, da quella registrata in Irpinia nel 1980. Con una magnitudo di 6,5 sulla scala Richter ha fatto vacillare tutte quelle teorie che volevano i fenomeni sismici in quelle zone in lenta decrescita. Alcuni sismologi sostengono che il movimento delle faglie dei mesi scorsi ne ha influenzato altre, creando una vera e propria reazione a catena che è difficile capire quando si arresterà definitivamente. Insomma, per intenderci, immaginate una fila di macchine messe in fila praticamente attaccate l’una all’altra, quasi a contatto. Ora pensate se una di queste macchine, magari a metà della fila inavvertitamente si scontrasse con quella davanti, l’incidente darebbe vita ad una serie di sinistri stradali che terminerebbe solo alla fine della coda, dove l’ultima macchina non avrebbe nulla con cui scontrarsi. In pratica l’energia sprigionata dal terremoto del 24 agosto non ha fatto altro che riattivare altre faglie, che ora stanno provocando i terremoti che ci troviamo ad affrontare.

La scienza, come purtroppo ben sappiamo non è in grado di prevedere nuove scosse, ne di quanto sarà la loro intensità. Una cosa positiva in tutti questi fenomeni però sembra esserci. La sequenza sismica sta avendo una propagazione laterale, questo fa si che ci siano dei terremoti forti, ma non fortissimi, se, infatti, le faglie si fossero mosse insieme avrebbero generato una magnitudo almeno di 7 sulla scala Richter. A differenza della faglia di Sant’Andrea, infatti, quelle della dorsale appenninica sono frammentate e questo permette di avere più eventi tellurici di rilievo per effetto domino, ma con un’intensità decisamente inferiore a quella che avremmo avuto nel caso di un unico sistema. Inoltre, nelle ore scorse si era propagata la notizia secondo la quale gli eventi sismici del centro Italia erano direttamente collegati, per reazione a catena, a quelli avvenuti recentemente nel mar Tirreno, ma ciò non è così. Le scosse avvenute nel cuore della nostra penisola, infatti, sono tutte dovute alla rottura di faglie superficiali, quelle, invece, avvenute nella zona tra le Isole Eolie e Napoli sono molto più profonde. Nel Tirreno, infatti, nel solo 2014 si sono registrate 324 scosse di magnitudo pari o superiore a 3. Quindi non c’è assolutamente nulla di strano. L’allerta comunque è massima e la durata di questi eventi sismici è molto variabile, potrebbe andare da qualche mese a diversi anni. Tra il 1702 e il 1783 (quindi per 81 anni), la Calabria fu letteralmente rasa al suolo da uno sciame sismico senza fine, in quel caso, infatti, i fenomeni tellurici durarono per quasi un secolo senza mai arrestarsi. Il geologo Mario Tozzi in merito agli ultimi avvenimenti sismici ha così dichiarato: “Si è attivato un nuovo segmento della stessa struttura che si era già attivata nel terremoto di Amatrice e di Ussita, probabilmente è la stessa faglia o una faglia gemella che non aveva finito di scaricare l’energia che aveva accumulato nel corso del tempo e che corrisponde all’abbassamento di gravità migliore rispetto a quello di prima, quando le rocce cercano quest’assestamento si rompono lungo le faglie e così si scatenano i terremoti. Quella di ieri è una scossa molto forte, bisogna considerare che quella dei terremoti è una scala logaritmica: un terremoto di 6.5 è diverse volte più potente e diverse decine di volte più distruttivo rispetto ad un sisma di 6.3 come quello che ha colpito L’Aquila. Al momento attuale è davvero un miracolo che non ci siano vittime e che i feriti siano relativamente pochi. Nessuno può fare previsioni. L’unica cosa certa è che gli abitanti si devono aspettare nuove scosse: nuove repliche nella migliore delle ipotesi o nuove scosse forti. L’unica cosa da fare è tenersi lontani da quelle zone”.

Antonio Russo