Yolocaust, il progetto fotografico choc contro le foto inappropriate al memoriale della Shoah

I turisti scattano foto, questo si sa. Per immortalare un momento, per evitare che si dimentichino la bellezza di un luogo o per mostrare agli amici quanto si siano divertiti durante le vacanze. Quando però queste foto vengono scattate in un luogo eretto per non dimenticare eventi raccapriccianti, violenti, agghiaccianti, bisognerebbe avere un po’ di tatto. Nonostante l’argomento non sia nuovo, l’artista satirico israeliano Shahak Shapira lo affronta in modo estremamente turbante e provocatorio. Il progetto fotografico choc in questione si chiama Yolocaust, gioco di parole tra Yolo (acronimo di You Only Live Once) e Olocausto. Shapira ha raccolto foto scattate al Memoriale della Shoah di Berlino da Facebook, Instagram e Tinder, con tanto di hashtag e numero di like, di turisti che secondo lui stavano assumendo un atteggiamento inappropriato – una ragazza che fa yoga, un giocoliere, due ragazzi che corrono sulle steli. Fin qui nulla di strano. Passando poi il cursore del mouse sulle foto però, ecco che lo sfondo cambia completamente e i protagonisti si ritrovano in un lager, circondati da cadaveri. Le immagini sono violente, brutali e viene da chiedersi se l’artista non sia stato troppo duro con chi ha semplicemente scattato una foto, in vacanza, al centro di Berlino. In un’intervista a Vice.com Shapira risponde così: “La satira funziona solo quando è dura. Deve essere un’esagerazione, altrimenti non ha alcun valore. Mi chiedi se queste foto sono troppo dure? Non lo so, ognuno avrà una sua idea e deciderà di conseguenza.” Lo scopo dell’artista non è quello di dettare regole su come bisognerebbe comportarsi in quel determinato luogo ma di mostrare il tutto da un’altra prospettiva – e perché no – ricordare di ricordare. Yolocaust quindi, non vuole essere una demonizzazione di chi ha scattato quelle fotografie, piuttosto un tentativo di riflessione sul rapporto tra memoria e prosecuzione della vita.  La storica e scrittrice tedesca Hannah Arendt nel suo saggio più famoso, La banalità del male, afferma che la mancanza di memoria e l’incapacità di avere un dialogo con sé stessi e con gli altri – per rielaborare i propri pensieri e ciò che si fa – possono portare persone ordinarie a compiere azioni terribili e malvagie. In base a questa forma mentis, saltellare ignari sulle steli di un memoriale che rappresenta la morte di più di sei milioni di persone innocenti non rende certo di per sé dei mostri, ci mancherebbe, ma testimonia un assopimento del proprio senso morale che poi, nel caso in cui il male prenda il sopravvento, può rendere difficile riconoscerlo in tempo e ostacolarlo.

L.C.