Carabiniere sparò al ladro: polemiche dopo la condanna

(websource/archivio)

Un anno fa, nei pressi di Ancona una pattuglia dei carabinieri intercetta un Suv Mercedes rubato, con a bordo tre banditi albanesi reduci da una rapina in un appartamento. Dopo un breve inseguimento i militari perdono di vista l’auto per ritrovarla poi parcheggiata qualche centinaio di metri più in là. Convinti che sia stata abbandonata due di loro si avvicinano, ma il suv parte all’impazzata rischiando anche di investirli. A quel punto il carabiniere rimasto in auto, l’appuntato Mirco Basconi, spara quattro colpi diretti alle gomme della macchina dei fuggitivi. Uno di questi proiettili rimbalza sull’asfalto, trafigge la parte sinistra del lunotto posteriore e ferisce mortalmente Korab Xheta, 24 anni.

Per quell’episodio, il carabiniere lo scorso novembre è stato condannato a un anno di carcere e nelle scorse ore sono state rese pubbliche le motivazioni: in sostanza, anche se in condizioni di pericolo, quel carabiniere non avrebbe dovuto sparare. I giudizi fanno riferimento a una sentenza della Cassazione che ha “ribadito che l’uso delle armi deve costituire l’extrema ratio nella scelta dei mezzi per l’adempimento del dovere”. Questo vuol dire che si può ricorrere all’uso delle armi “solo quando non siano praticabili altre modalità di intervento e venga rispettato il principio di proporzione da intendersi come necessario bilanciamento tra interessi contrapposti in relazione alla situazione specifica”. E’ un punto sul quale accusa e difesa si erano scontrate in Aula e ora il giudice per l’udienza preliminare Francesca Zagoreo cerca di chiarire nella sentenza.

“I ladri non erano armati”

Gli avvocati Mario e Alessandro Scaloni, che hanno difeso l’appuntato, avevano fatto notare che quel suv stava compiendo razzie, ma il gup ricorda che recenti decisioni della Suprema corte non ritengono più la fuga “come elemento sempre delegittimante l’uso delle armi” e bisogna verificare caso per caso “se la fuga di per sé ponga in pericolo altri beni o sia meramente finalizzata a sottrarsi all’arresto”. Insomma, devono sussistere “i connotati della resistenza attiva”, come può essere l’uso di armi e in questo caso la fuga dei ladri non rivestiva “quel carattere di pericolosità richiesto per l’applicazione dell’esimente invocata” ed era “esclusivamente finalizzata a evitare l’arresto”. In questo caso, insomma, non c’era il pericolo di uso di armi “non essendo state adoperate al momento del controllo, né segnalate dai denuncianti, né rinvenute a bordo dell’auto abbandonata dopo il ferimento”.

Inoltre, scrive il gup, è vero che l’auto ripartì all’improvviso, ma non mise “in alcun modo a repentaglio l’incolumità dei militari, trovandosi gli stessi di fianco o dietro la Mercedes”. Poiché inoltre la strada non era trafficata e anche tenendo conto della stagione invernale e dell’orario quella ripartenza non mise nemmeno a repentaglio la vita dei passanti, sostengono ancora le motivazioni. “Si sarebbero potute scegliere opzioni alternative – spiega il giudice – quali l’inseguimento dell’auto, la segnalazione della fuga ad altre pattuglie in zona e, da ultimo, l’esplosione di colpi non in direzione dell’auto, seppur verso le gomme, ma in aria e a scopo puramente intimidatorio”. In conclusione, “la scelta di utilizzare la pistola per impedire la fuga non può non ritenersi del tutto sproporzionata”.

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GM