(Andrew Harrer – Pool/Getty Images)

Nelle prime settimane di mandato ufficiale, il presidente Usa Donald Trump ha preso decisioni che hanno sollevato polemiche e proteste: prima l’offensiva all’Isis e la costruzione di un muro sul confine con il Messico atto a contenere l’immigrazione clandestina, in seguito la sospensione per tre mesi del programma di ammissione dei rifugiati, e l’ingresso, fino a ulteriore comunicazione, di quelli siriani. I sette paesi musulmani compresi nel provvedimento sono Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen.

Proprio quest’ultimo provvedimento, noto come Muslim Ban, è stato bloccato da alcuni stati Usa con la motivazione che discrimina e provoca danni economici. Inoltre, sono intervenuti alcuni giudici, che ne hanno ordinato la sospensione. Donald Trump però non intende arrendersi e punta dritto al ricorso alla Corte Suprema. L’annuncio è arrivato a conclusione dell’udienza della Corte d’appello federale di San Francisco davanti alla quale sono apparsi i legali degli Stati di Washington e del Minnesota e quelli della Casa Bianca. Sembra chiaro fin da ora che qualunque sarà il verdetto emesso il ricorso è all’orizzonte.

Per i legali dell’accusa, infatti, il Muslim Ban causa “danni irreparabili, discrimina per religione e provoca anche danni economici elevatissimi perché c’è anche una perdita sul fronte delle entrate fiscali”. Replicano i legali del Dipartimento di giustizia americano: “Uno stato non ha il diritto costituzionale di sfidare un divieto come quello varato dal presidente Donald Trump. Che non è un bando verso i musulmani ma un provvedimento per la sicurezza nazionale” . Oggetto del contendere è se il presidente Usa abbia abusato della Costituzione, come affermano i ricorrenti, oppure il Muslim Ban rientri tra le sue prerogative.

 

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GM