“Questo era mio figlio, è morto a 16 anni”

Ema e suo padre (Websource/archivio)

Emanuele Ghidini viveva a Gavardo vicino a Salò (Bs) con la sua famiglia. Aveva 16 anni quando, sotto l’effetto di una pasticca allucinogena assunta durante una festa su spinta di alcuni ragazzi più grandi, si buttò nelle acque gelide del fiume Chiese. Morì in quella fredda notte del 23 novembre 2013 e da allora il padre non ha mai smesso di trasformare la tragedia nell’opportunità di divulgare la sua storia per poter salvare altre vite, altri giovani che non sanno quello a cui vanno incontro quando compiono determinate scelte. Oggi Gianpietro Ghidini è giunto al 726esimo incontro. Si tratta di appuntamenti che avvengono nelle scuole, nelle discoteche, in centri sportivi ed oratori: basta che ci siano ragazzi, adolescenti e genitori ad ascoltare.

“Non vogliamo insegnare nulla a nessuno. Semplicemente racconto la mia, la nostra storia per evitare che altri giovani commettano lo stesso errore e per ricordare ai genitori l’importanza di tenere sempre aperto un dialogo con i figli, che hanno bisogno di sentirsi accolti, non giudicati, anche quando sbagliano” spiega così l’iniziativa denominata “Pesciolino rosso” il padre di Emanuele. E spiega anche che il nome deriva dal fatto che il ragazzo si sia buttato nel fiume proprio nel punto in cui un giorno da piccolo liberò un pesciolino rosso. La fondazione cresce di anno in anno e oggi conta 500 soci e una pagina Facebook con oltre 10 milioni di contatti. Dalla storia di Emanuele verrà tratta anche una piece teatrale. Spiega così l’iniziativa Gianpietro: “Ci ha contattati un autore che si era appassionato alla storia di Ema e voleva portarla sul palco. Lo abbiamo aiutato perché ho pensato che sarebbe stata una modalità diversa, interessante e utile per far passare il nostro messaggio”.

Il padre di Emanuele spiega poi cosa ha provato vivendo questo indicibile dramma e come sia nata l’idea di creare la fondazione: “Mi sono sentito un fallito, io che nella vita ero stato un imprenditore di successo, avevo guadagnato tanti soldi, avevo case e macchine. Ma avevo dimenticato i miei valori e non avevo saputo difendere la mia famiglia. Credevo di impazzire di dolore, non mi sono ucciso solo perché ho pensato a mia moglie e alle altre mie due figlie. Due notti dopo ho sognato Emanuele, era in fondo al mare e cercavo di andarlo a prendere. Mi sono svegliato convinto di avere assorbito dentro di me la sua energia, ho scritto una lettera al mio Ema e dieci giorni dopo ho dato vita alla Fondazione pensando che mio figlio e il suo pesciolino sono ora entrambi in un’altra dimensione. Mi fanno forza gli abbracci di tanti ragazzi che incontro in tutta Italia, mi danno l’idea che Ema non sia morto invano e che il mio dolore possa in qualche modo lenire quello altrui”.

Alla fine l’importante messaggio per tutti i ragazzi: “Non dovete sottovalutare né un bicchiere di birra né uno spinello. Non dovete fare cose solo perché temete di non essere accettati dal gruppo, perché potrebbe andarci di mezzo la vostra vita”. E per i loro genitori: “Dovremmo imparare a far scattare dentro di noi un semaforo rosso ogni volta che sta per partire una reazione impulsiva con i nostri figli. Dobbiamo saper dire dei no, ma farli crescere nella convinzione che qualunque errore commetteranno noi saremo al loro fianco, perché li amiamo più della nostra stessa vita”.

F.B.
TUTTE LE NEWS DI OGGI – VIDEO