Sopravvissuto a Rigopiano, ha un’ossessione: “Forse quel giorno…”

Giampiero Parete e la sua famiglia (foto dal web)

A quasi un mese dalla tragedia di Rigopiano, parla Giampiero Parete, che è stato il primo a lanciare l’allarme alle 17:10 di quel mercoledì 18 gennaio. Il cuoco chiamò prima il 118, che poi a sua volta allertò la prefettura, quindi si mise in contatto con l’amico e datore di lavoro Quintino Marcella, spiegandogli che una slavina era caduta sull’albergo. “Ho perso tutto. Lì sotto ci sono mia moglie e i miei due bambini”, erano state le prime parole di Parete quando era stato rintracciato dai soccorritori. L’intero nucleo familiare è scampato alla strage: prima moglie e uno dei due figli, poi la piccola Ludovica vennero infatti estratti dalle macerie vivi.

Ricordando quei momenti, Giampiero Parete racconta al ‘Corriere della Sera’: “Mi sento in difficoltà con queste cose. Io adesso ne sto parlando ma intanto provo quasi vergogna, anche se ingiustificata. Mi stanno aiutando. Non è facile”. Il cuoco prosegue nel suo racconto: “Non dico che mi sento colpevole di essere ancora vivo, ma capisco che ci sono persone che possono chiedersi perché a noi è andata bene e ai loro cari invece no e mi sento in difficoltà. Ci sono delle notti che non riesco a dormire, e mi rivedo quel che abbiamo vissuto, come fosse un film. Ma non quei momenti, quando stavo in macchina con Salzetta, dei quali mi viene in mente solo il silenzio. Continuo a pensare a quando stavo in ospedale ed ero convinto che fossero morti tutti”.

Poi aggiunge: “Dicono che mi avevano sedato per farmi stare tranquillo, ma io sentivo ogni cosa, anche con gli occhi chiusi. Mi chiedevo cosa avrei fatto dopo, adesso che ero solo al mondo. Mi sentivo congelato. Ma non per la neve. Avevo il gelo dentro”. I ricordi riemergono in continuazione: “All’inizio non ci pensavamo, gli psicologi ci avevano consigliato di non parlarne neppure tra noi. Nell’ultima settimana invece sta cominciando a venire fuori. Con mia moglie ci siamo seduti a questo tavolo e ne abbiamo discusso per la prima volta” ha rivelato Parete, che insiste: “Ognuno di noi ha il suo trauma. Ad esempio a me ogni tanto viene la rabbia. Non è che ce l’ho con le persone, con qualcuno in particolare. Non la so spiegare. Vorrei essere utile agli altri del Rigopiano, alle famiglie che soffrono, ma non so come fare e allora mi incarto”.

Infine, Parete non nasconde la difficoltà sua e dei suoi cari di dormire: “A volte di notte vado alla finestra e guardo giù, le auto che passano. Penso alle persone che ho conosciuto in quei due giorni e adesso non ci sono più. All’estetista, al maitre che era così gentile, al cameriere che ci aveva portato in stanza la cena per i bambini. Mi vengono in mente i loro volti, le parole che ci siamo scambiati. Non ce l’ho fatta a partecipare al loro funerale, ma un giorno, quando sarò pronto, vorrei andare con mia moglie sulle loro tombe. Devo farlo. È come se avessi un debito”

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GM