(Isabel Infantes/Anadolu Agency/Getty Images)

L’inferno di Londra ha, come ogni attentato terroristico dei giorni nostri, i nomi e i volti di persone ordinarie e comuni, finite loro malgrado nella spirale del fanatismo estremista. Tra le prime storie che affiorano in superficie, a poche ore dal violento attacco, c’è quella di una donna investita su London Bridge dalla furia contemporanea dei tre aggressori. Questi ultimi hanno infierito con i coltelli contro di lei, secondo quanto riferito da un testimone oculare, Gerard Vowls, ancora sotto choc per l’accaduto. “Urlava, chiedeva aiuto”, rievoca Vowls, che dice di aver cercato di reagire in qualche modo, lanciando “sedie e bottiglie” prese in un bar contro i tre attentatori. “Ma loro a quel punto hanno cominciato ad avvicinarsi a me, per cercare di accoltellarmi, tiravano coltellate a tutti, gente cattiva, davvero cattiva”, continua.

Adesso Vowls vorrebbe solo sapere “se quella ragazza è ancora viva”. “L’ho cercata in lungo e in largo per un’ora e mezzo piangendo, ma non non ne ho trovato traccia, non so cosa fare”, dice affranto. Anche il barista Alex Martinez racconta dei terribili momenti dell’aggressione: “Ho visto un uomo con un coltello in mano che gridava qualcosa. Ho capito che stava succedendo qualche casino e mi sono nascosto… In un bidone dell’immondizia”. La banalità del male, direbbe qualcuno.

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