Caso mai visto di malasanità, e per una donna la tragedia è doppia

(Websource / Daily Mail)

Un ospedale inglese è finito nell’occhio del ciclone per un caso di malasanità occorso qualche anno fa. Le figlie di una donna morta nel gennaio 2015 infatti sostengono che alla base della scomparsa della madre ci siano una serie di errori e negligenze commesse dal personale del Memorial Hospital di Darlington. Susan e Pauline, questi i loro nomi, hanno raccontato le vicissitudini della madre Patricia in questo ospedale. Sotto accusa il fatto che i medici non siano stati in grado di diagnosticarle l’arterite temporale, una malattia autoimmune che colpisce i vasi sanguigni e che ha portato Patricia ad una necrosi – scambiata per mughetto – che le è costata la lingua. Incapace a quel punto di poter mangiare normalmente, alla donna di 84 anni è stato infilato un tubo nello stomaco per essere alimentata, ma le figlie affermano che da quel momento in poi le condizioni della madre sono precipitate, sino alla morte nel gennaio di due anni fa. Tra le accuse mosse dalle due sorelle non mancano questioni legate all’igiene: Susan ha infatti spiegato di aver trovato un giorno la madre letteralmente sommersa da feci e urina. L’apparato statale che si occupa di garantire il corretto funzionamento del sistema sanitario si è scusato con la famiglia di Patricia, sottolineando però che alla base della prematura scomparsa della donna ci sia una diagnosi sbagliata e non delle cure approssimative. Le due sorelle non hanno tuttavia rinunciato a condividere la propria esperienza per sensibilizzare l’opinione pubblica, come ha spiegato Susan: “Non possiamo sapere se nostra madre sarebbe comunque morta a causa della malattia, ma non le è stata data la possibilità di combatterla con dignità. Siamo arrabbiate e addolorate, abbiamo ricevuto scuse e promesse relative alle introduzioni di nuovi metodi che prevengano questo tipo di errori, ma la realtà è che sarebbero già dovuti essere presenti. Non è una questione di denaro o risarcimenti, vogliamo solo che le persone imparino qualcosa da quanto accaduto a nostra madre. Se condividere la sua storia può salvare delle vite, per noi significherebbe aver reso giustizia a nostra madre”.

S.L.

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