Polizia penitenziaria, ancora un suicidio: ora è allarme

(websource/archivio)

Dopo il tragico omicidio-suicidio di Montalto Uffugo, dove il 53enne Giovanni Petrasso, agente di polizia penitenziaria, ha prima puntato la pistola contro la moglie, Maria Grazia Russo, una donna di 48 anni, sparandola e uccidendola, quindi, ha successivamente rivolto la pistola contro se stesso e ha fatto fuoco, il corpo di polizia penitenziaria è sconvolto da un nuovo gravissimo episodio, denunciato da Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo che tutela i diritti dei secondini. “Un altro poliziotto penitenziario si è suicidato oggi. Si tratta di un assistente capo di 45 anni in servizio alla casa circondariale di Opera e impiegato al Nucleo traduzioni e piantonamenti di Milano”, ha spiegato.

Capece ha aggiunto che l’agente di polizia penitenziaria “si è tolto la vita poco fa a Milano con l’arma di ordinanza. L’uomo, originario di Calimera, più di vent’anni di servizio nella polizia penitenziaria, divorziato, persona seria e apparentemente tranquilla, è stato trovato nel primo pomeriggio di oggi nel garage di casa”. Ha rilevato il leader del Sappe: “Due casi di suicidio, uno pure aggravato da un omicidio, sono sconvolgenti. Tragedie che, ogni volta che si ripetono, determinano in tutti noi grande dolore e angoscia. E ogni volta la domanda che ci poniamo è sempre la stessa: si poteva fare qualcosa per impedire queste morti? Si poteva intercettare il disagio che caratterizzava questi uomini e, quindi, intervenire per tempo?”.

“Allo stato non è possibile dire quali siano state le ragioni che hanno portato l’uomo a questo tragico gesto, e quindi non sappiamo se possano eventualmente esseri anche ragioni professionali” – sottolinea Capece nella lunga nota – “Certo è che è luogo comune pensare che lo stress lavorativo sia appannaggio solamente delle persone fragili e indifese mentre il fenomeno, colpisce inevitabilmente anche quelle categorie di lavoratori che almeno nell’immaginario collettivo ne sarebbero esenti, ci riferiamo in modo particolare alle cosiddette “professioni di aiuto”, dove gli operatori sono costantemente esposti a situazioni di stress alle quali ognuno di loro reagisce in base al ruolo ricoperto e alle specificità del gruppo di appartenenza”.

Quindi il sindacalista conclude: “L’amministrazione penitenziaria non può continuare a tergiversare su questa drammatica realtà. Servono soluzioni concrete per il contrasto del disagio lavorativo del personale di polizia penitenziaria. Come anche hanno evidenziato autorevoli esperti del settore, è necessario strutturare un’apposita direzione medica della polizia penitenziaria, composta da medici e da psicologi impegnati a tutelare e promuovere la salute di tutti i dipendenti”.

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GM