La vendetta dell’esercito iracheno dopo la liberazione di Mosul – VIDEO

(Websource / Metro)

Non si placa la sete di vendetta nei confronti dell’Isis in Iraq. Decine di persone, accusate di avere legami con il califfato, sono state ammassate in strette celle e in condizioni disagiate. Si tratta di una “vendetta” approvata direttamente dal primo ministro iracheno Haider al-Abadi dopo la liberazione di Mosul. Lo stesso al-Abadi ha dichiarato ai giornali che queste persone favoreggiassero i terroristi: alcuni ignorando le possibili conseguenze, altri dopo aver preso accordi Daesh per “sconfiggere noi e le forze di sicurezza”. Abadi ha poi aggiunto che le loro violazioni della legge “non sono accettabili” e ha promesso punizioni esemplari per chiunque avesse preso parte al regno del terrore istituito dall’Isis. E così è stato: poco dopo aver dichiarato la vittoria a Mosul, sui social media sono apparsi foto e video di soldati iracheni che gettano prigionieri da tetti e mura accanto al fiume Tigri, sparando poi ai corpi caduti. A questi si aggiungono gli scatti di persone ammassate in prigioni improvvisate, con temperature oltre i 40 gradi e senza elettricità né ventilazione. Alcuni detenuti hanno parlato direttamente ai giornalisti, rivendicando la propria innocenza: “Tra tutte queste persone non ne troverai neanche 10 affiliati all’Isis, nonostante siano stati qui per sei mesi” – spiega uno di loro – “Da quando sono arrivato qui, 8 mesi fa, ho visto il sole una sola volta”. L’uomo sostiene di essere un semplice impiegato, che aveva raggiunto Mosul partendo da Baghdad più di una volta prima di essere fatto prigioniero: “Non ho visto nessuna corte e nessun giudice, non so neanche di cosa sono accusato”.

Condizioni disumane

Il prigioniero spiega le condizioni disumane della prigione improvvisata: “Due persone sono morte qui dentro, altri hanno ferite che si infettano e quando tornano dall’ospedale hanno braccia o gambe amputate”. Un altro prigioniero spiega di essere arrivato al punto di preferire la morte alla detenzione: “Vogliamo davvero morire, non possiamo vedere parenti e amici, che non sanno nemmeno dove ci troviamo”. Anche un ufficiale iracheno ha confermato che in queste celle è impossibile vivere: “Molti sono malati, altri hanno problemi di salute e alla pelle perché non sono esposti alla luce del sole. La maggior parte di loro non può camminare, hanno le gambe gonfie perché non hanno la possibilità di muoversi”. Ma non è tutto. Le forze irachene hanno costruito un campo a Bartella, a circa 12 miglia da Mosul, incui vengono condotti con la forza persino donne e bambini. Loro li chiamano “campi di riabilitazione psicologica e ideologica”, ma l’organizzazione umanitaria internazionale Human Rights Watch (HRW) sta conducendo un’inchiesta da cui emergono particolari agghiaccianti sulle condizioni dei detenuti. “Le autorità irachene non dovrebbero punire intere famiglie solo per ciò che hanno fatto dei loro parenti” – ha spiegato Lama Fakih, vice capo di HRW in Medio Oriente. Immediata la risposta di al-Abadi: “Siamo contro la punizione collettiva: se le famiglie dei miliziani dell’Isis hanno collaborato con loro devono affrontare le conseguenze di questo fatto, ma se non hanno alcun legame coi terroristi non devono affrontare nulla”.

S.L.

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