“In pensione dopo i 73 anni”: la stima che fa tremare la generazione 1980

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti (a sinistra) e il presidente dell’Inps Tito Boeri (Simona Granati – Corbis/Corbis via Getty Images)

In pensione dopo i 73 anni. Per la generazione 1980 il rischio di congedarsi dal lavoro in età ormai “avanzata” è più che concreto. Complici gli effetti congiunti delle riforme Dini e Fornero, di cui i primi a fare le spese sarebbero – appunto – coloro che hanno cominciato a lavorare dal 1995 in poi, ritrovandosi integralmente nel sistema contributivo, e poi hanno subito anche gli effetti della legge dell’ex ministra del governo Monti, che ha allungato l’età pensionabile.

Non è certo una bella notizia per una generazione che già subisce il dramma del precariato e di una disoccupazione giovanile elevata e che, dal momento che la maggioranza dei lavoratori italiani ha fino a 45 anni di età, vede l’assegno pensionistico sempre più come un miraggio. Per questa generazione si prospettano al momento tre possibilità per andare in pensione. La prima riguarda l’assegno di vecchiaia: calcoli alla mano, occorreranno 20 anni di contributi e un’età minima di 69 anni e 5 mesi, ma anche l’aver maturato una pensione non inferiore a 1,5 volte l’assegno sociale (attualmente pari a 640 euro netti). Per la pensione anticipata, poi, i requisiti si fanno naturalmente più stringenti: si può smettere di lavorare 3 anni prima, a 66 anni e 5 mesi, ma occorre aver maturato una pensione non inferiore a 2,8 volte l’assegno sociale (1.050 euro netti). E per chi non riesce a maturare quella cifra a causa di lunghi periodi di disoccupazioni e salari bassi, considerando gli adeguamenti automatici, l’età pensionabile si allunga addirittura a 73 anni e 5 mesi.

Ovviamente il sistema previsto per la generazione post 1980 favorisce i lavori più stabili e i salari più alti, penalizzando invece quelli precari e con bassi stipendi. Questi ultimi saranno costretti alla pensione posticipata. Non solo: per i nati dopo il 1980 non è più prevista l’integrazione al minimo, ovvero il contributo statale per portare le pensioni più basse a un importo base (fissato oggi a 502 euro al mese). L’effetto potenzialmente drammatico di tutto ciò è ben noto a Palazzo Chigi, ragion per cui qualcuno ha pensato anche di apportare modifiche alla legge Fornero. Un’ipotesi che, tuttavia, è anche molto rischiosa, nell’ottica della “tenuta” dei conti pubblici in un mercato del lavoro ormai profondamente cambiato.

Alla luce di quanto sopra, il ministro del Lavoro Giuliano Poletti sta pensando ad altre possibili soluzioni in vista dell’incontro tra governo e sindacati di giovedì prossimo. Le trattative potrebbero riguardare la pensione minima di garanzia di 650 euro a carico del contribuente e i contributi figurativi a carico dello Stato per i periodi di disoccupazione, ma anche l’eliminazione delle soglie delle 1,5 e 2,8 volte del minimo necessario per accedere alla pensione e, probabilmente, la previsione di redditi-ponte per i segmenti più deboli del lavoro. Una serie di misure, queste, volte a garantire maggiore equità, senza però stravolgere la legge Fornero. Di qui al raggiungimento di un accordo tra le varie forze politiche, però, la strada non sarà certo semplice.

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