Caterina, mamma di un bimbo di 8 anni, non ce l’ha fatta

Caterina, sempre sorridente dal suo letto d’ospedale (Websource/archivio)

Caterina Falciola aveva deciso di raccontare la sua battaglia contro il cancro in un blog e aveva deciso di intraprendere questa strada con il sorriso. Il suo sito si chiamava Lifelovelife e il sottotitolo era: “Vivere il tumore con il buon umore”. Caterina, 46 anni compiuti il 2 agosto, era mamma di un bambino di 8 anni. Due anni e mezzo fa venne colpita da un tumore al polmone che poi prese anche il cervello. Lo stesso identico tipo di cancro aveva già ucciso Marco e Carlo, il fratello e il padre. L’altro giorno ha ucciso pure lei.

Caterina aveva sempre detto che non voleva «permettere che autocommiserazione o pietismo prendessero il sopravvento» e aveva perseguito questo suo obiettivo da sempre e fino alle ultime ore della sua vita. Il compagno Francesco Rota racconta: “Non si è mai arresa, il suo sguardo era sempre proiettato verso il futuro” e poi ricorda la sua vita fatta sempre di scelte sorprendenti e controcorrente. Rifiutò giovanissima un lavoro a Radio Deejay, se ne andò dal mondo della moda dove tanti successi aveva ottenuto e poi 8 anni fa decise di dedicarsi anima e corpo al suo bimbo, Gabriele.

Nel suo blog scriveva: “È più di un anno che convivo con un tumore cattivissimo che si è portato via un polmone, parte del mio cervello e della mia memoria. Ho imparato a chiedere aiuto, ho imparato ad amare e mi sono lasciata amare, dopo anni di schemi errati e convinzione di non essere meritevole. Avevo smesso di respirare la vita, ora ho iniziato a viverla davvero. La malattia mi ha donato la possibilità di mettermi a nudo con me stessa, comprendere tanti aspetti della mia persona che andavano riveduti e corretti”.

“Aveva in mente di scrivere un libro e una persona la stava aiutando, ma poi si è aggravata troppo e non è stato più possibile proseguire. È l’unico piccolo rammarico” rivela Francesco. Il professor Marco Alloisio, responsabile di Chirurgia toracica alla clinica Humanitas di Milano, commenta così: “Se dovessi ricordarla con una parola, direi coraggio. Perché ha lottato fino all’ultimo, soprattutto per suo figlio. Ed è sempre stata positiva e fiduciosa con noi medici”.

F.B.