Scelse l’eutanasia, ma non era malato: ora la figlia vuole giustizia

L’ex magistrato calabrese Pietro D’Amico (foto dal web)

Il magistrato Pietro D’Amico, nel 2013, era andato in Svizzera per ricorrere al suicidio assistito perché convinto di avere una malattia degenerativa. Qualche tempo dopo, Michele Roccisano, legale di Tina Russo, moglie del magistrato di Vibo Valentia, rese noto che in realtà Pietro D’Amico “stava bene, non aveva alcuna patologia degenerativa, né altre malattie”. Una vicenda che ha dell’assurdo, dunque, e ora Francesca, figlia del giudice, che dal 2013 porta avanti la sua battaglia, sottolineando che quello che spinge molti a scegliere la Svizzera per l’eutanasia è vero e proprio business, lancia accuse precise.

“Mio padre non era un malato incurabile o terminale” – sono le parole della figlia del magistrato Pietro D’Amico – “Era depresso, è vero. Ma dalla depressione si può guarire. Papà doveva quindi essere accompagnato verso una cura, non verso il suicidio assistito. Chi gli ha permesso di morire senza convincerlo a trovare una via d’uscita alternativa, meriterebbe di andare in galera”. Ci sono accuse ben definite: l’11 aprile 2013, il giudice calabrese era partito da solo alla volta di Basilea perché verosimilmente sconvolto dall’accertamento di una malattia degenerativa che di lì a poco lo avrebbe ucciso. Ciò che rende ancora più inquietante la vicenda è che moltissimi amici e parenti dell’uomo non fossero a conoscenza del suo quadro clinico.

La sera stessa in cui venne praticata l’eutanasia, alle 18.25, Francesca riceve una telefonata: “Pronto, parlo con Francesca D’Amico? Sono la dottoressa Erika Preisig, le comunico che suo padre è venuto varie volte da me per richiedere il suicidio assistito. Oggi è morto, non poteva più vivere, stava troppo male, voleva andare”. La ragazza prova a reagire: “Forse ha sbagliato persona. Papà due giorni prima aveva parlato al telefono con il mio fidanzato e nulla lasciava presagire un suicidio”. Ma la dottoressa sembra sicura del fatto suo e non accetta repliche: “Capisco sia difficile da accettare, ma questa è la realtà, le invierò il certificato di morte, e per volontà di Pietro il suo corpo verrà cremato il 22 aprile. Buonasera”.

Da allora, sono passati quattro anni e mezzo e Francesca non ha mai spesso di cercare la verità, mettendo sotto accusa la dottoressa Preisig, ritenuta la fondatrice di una delle prime “stanze della morte” esistenti in Svizzera. Secondo l’accusa, all’interno di queste cliniche avviene qualcosa che lascia sconvolti: in cambio di cospicue somme di denaro vengono accettati – e dunque assistiti nel suicidio – pazienti di ogni tipo, compreso chi non è un malato incurabile. Qualche tempo prima di Pietro D’Amico, ricorse al suicidio assistito in Svizzera Lucio Macri, uno dei fondatori del ‘Manifesto’: anche in questo caso, ci si trovava di fronte a una forte depressione, ma non a una malattia incurabile. Inoltre, nei giorni scorsi ha scelto l’eutanasia un ingegnere di Albavilla, in provincia di Como, che era da tempo in cura per una forte depressione. Valentina D’Amico non ci sta e conclude: “Papà stava vivendo solo un momento psicologicamente difficile. Andava aiutato a vivere, non a morire”.

GM