La Catalogna dichiara l’Indipendenza, 800 persone ferite: Spagna verso il caos

(Websource / archivio)

Le prossime ore si annunciano dense di incognite tra Barcellona e Madrid dopo che, ieri notte, al termine dello scrutinio del referendum della Catalogna (2,3 milioni di votanti e 90% di “sì”) prima il presidente catalano Carles Puigdemont e poi il suo vice Oriol Junqueras hanno aperto le porte a una dichiarazione unilaterale d’indipendenza della Catalogna. In base alla legge approvata a maggioranza dal Parlamento della Generalitat qualche settimana fa, dopo una vittoria dei “sì” va proclamata l’indipendenza entro 48 ore. Ieri sia Junqueras che Puigdemont hanno detto che il governo consegnerà al Parlamento il risultato del referendum e “rispetteremo quel che dice la legge”. Ma il ministro della Giustizia dello Stato centrale Rafael Catalá ha messo in guardia: “Useremo tutti i mezzi legali a nostra disposizione per ripristinare l’ordine in Catalogna”.

Insomma, la tensione non accenna a calare dopo una domenica di passione con oltre 800 persone ferite nei seggi (per l’esattezza, il governo catalano ha detto che sono 844, mentre il ministro degli Interni spagnolo registra 33 agenti feriti, 19 tra le file della Polizia, 14 della Guardia Civil) a seguito della decisione di Madrid di fermare ad ogni costo il voto affidandone il compito agli agenti della Polizia nazionale. Scelta poco felice, di fronte agli oltre due milioni di elettori che si sono recati alle urne, e che è costata un pessimo colpo d’immagine al governo di Mariano Rajoy. “Oggi non c’è stato alcun referendum, è chiaro a tutti”, ha commentato Rajoy in diretta tv. ringraziando le forze di sicurezza “che hanno tenuto fede agli obblighi e rispettato il mandato della Giustizia davanti ad un attacco così grave alla nostra legalità”. A suo dire il referendum in Catalogna “è stato una sceneggiata” degli indipendentisti. Secondo Albert Rivera, capo di Ciudadanos, il giovane partito di centrodestra che sostiene il governo in carica, lo Stato spagnolo deve reagire immediatamente applicando l’articolo 155 della Costituzione, in base al quale Madrid può usare il bastone della sospensione dell’autonomia catalana, esautorarne il presidente e chiudere d’imperio il parlamento, trasformando la Catalogna in una regione ribelle in Stato d’assedio.

Un futuro tutto da scrivere
A partire da oggi, però, Rajoy incontrerà a Madrid i rappresentanti di tutti i partiti per decidere il da farsi. Ormai i suoi margini di manovra sembrano però davvero ristretti. I socialisti di Pedro Sanchez, secondo partito più forte alle Cortes, hanno condannato il ricorso alla Polizia e chiesto a Rajoy di aprire una nuova stagione di dialogo con i catalani. Pablo Iglesias, di Podemos, punta invece a far saltare il banco: ieri ha chiesto le dimissioni di Rajoy per sostituirlo con un nuovo governo che vorrebbe formare con i socialisti e i nazionalisti catalani e baschi per cambiare la Costituzione spagnola e fondare un nuovo Stato federale. I numeri alle Cortes in teoria ci sarebbero, ma è una prospettiva sulla quale di socialisti sono molto divisi. La principale avversaria di Sanchez nel Psoe, leader della compagine più forte, quella andalusa, lo esclude senza riserve.

Per attivare il 155 Rajoy ha bisogno del via libera del Senato, dove il suo partito ha, al contrario della Camera, la maggioranza assoluta dei seggi. In queste ore drammatiche, dunque, le speranze di una soluzione negoziata sono riposte su un buon senso di cui glia attori chiave dello scontro sembrano privi. Puigdemont, intanto, ha lanciato un appello all’Europa perché cessi di ignorare la crisi catalana e le violazioni dei diritti umani di cui si è resa responsabile la Spagna: “L’Ue – ha detto – non può continuare a guardare dall’altra parte, abbiamo guadagnato il diritto di essere rispettati in Europa”. E’ però il caso di ricordare che i due milioni abbondanti a favore del “sì” rappresentano soltanto il 38% di tutti gli elettori della Catalogna, e che la maggioranza non ha votato: troppo poco, forse, per dichiarare l’indipendenza.

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