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Accogliere e sostenere i migranti: questa una delle prerogative della Chiesa di Papa Francesco, con tanto di appelli dello stesso Pontefice. Appelli che – almeno in Italia – sembrano aver trovato una risposta positiva, visto che la Chiesa ha aumentato del 60% gli stanziamenti annuali alle opere sociali. Nel giro di qualche anno, infatti, si è passati dai 90 milioni di euro del 2009 ai 150 del 2017. A questa cifra vanno aggiunti i 40 milioni per le “esigenze di rilievo nazionale” e gli 85 per “la cooperazione nel Terzo Mondo”. Insomma, la Chiesa di Papa Francesco davvero prova a dare risposte agli ultimi, a partire da migranti, disoccupati, senzatetto, ex detenuti.

Un dato in netta controtendenza rispetto al passato, se si pensa agli investimenti in infrastrutture fatti per il Giubileo del 2000. Ma – secondo quanto sottolinea il quotidiano ‘La Stampa’ – non tutti sono d’accordo con questo nuovo corso. “Noi come comune di Genova non diamo locali per i migranti. E poi, invece, ci si mette la Curia che dà le strutture, come a Multedo”, sottolinea l’assessore alla sicurezza del comune di Genova, Stefano Garassino, che ha già pronta un’ordinanza restrittiva in materia di accoglienza. I numeri parlano chiaro: sono decine di migliaia i migranti che in questi anni hanno trovato ospitalità in strutture legate alla Chiesa. Costante è il lavoro sociale nelle parrocchie di tutta Italia, che hanno attivato una rete che supplisce alle carenze del welfare state.

A Jesi, nell’anconetano, la Caritas ha dato vita a una palazzina, nata nel cortile del seminario vescovile. Don Giuliano Fiorentini, parroco di San Giuseppe e fondatore della comunità Oikos sottolinea: “Per adesso offre servizi di assistenza e segretariato sociale, presto saranno in funzione due dormitori”. Vicino alla struttura abita Silvana Dolciotti, che contesta: “Nel condominio di fronte al mio c’è già un’abitazione che ospita richiedenti asilo, di questo passo le strutture di accoglienza soffocheranno il quartiere”. prova a rassicurare tutti Massimo Bacci, sindaco ‘civico’ della cittadina: “Ci coordiniamo con la diocesi per tenere la situazione entro numeri sostenibili e abbiamo aperto vicino alla stazione un dormitorio comunale per dare un tetto ogni notte a 18 persone senza fissa dimora”.

Una rete capillare

Ma da Nord a Sud la rete costruita dalla Chiesa è sempre più capillare e il perché lo chiarisce Marinella Perroni, teologa del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma: “C’è stata una radicale revisione delle priorità e la Cei ha preso la crisi economica come una sfida per farsi massicciamente carico di tensioni e sofferenze sociali. Una scelta netta”. Ma come vengono distribuiti i fondi della Cei? Quei contributi lo scorso anno sono andati in prevalenza alle famiglie (53 progetti per 5 milioni di euro), alle persone senza dimora (3,2), ai disoccupati (2,2), agli immigrati (1,9), agli ex detenuti (700mila). Nel complesso, 7,5 milioni sono andati a iniziative anticrisi, più del doppio invece a progetti di sostegno dei bisognosi. Un dato sicuramente importante, rileva Raffaele Tangorra, direttore generale per l’inclusione e le politiche sociali del ministero del Lavoro: “Il Welfare ecclesiastico incide maggiormente sulla distribuzione alimentare, il sostegno ai senza fissa dimora e l’emergenza freddo. Con l’Istat abbiamo censito 55 mila clochard nelle città con più di 80mila abitanti e, in assenza di una legge che li assista, l’apporto della Chiesa nei loro confronti è rilevante: i senza fissa dimora vengono intercettati più facilmente dagli enti caritativi che dai servizi sociali pubblici”. In sostanza, lo Stato prevale in misure assistenziali come indennità e sussidi, ma è la Chiesa ad avere il ruolo fondamentale per quanto concerne dormitori e mense.

Il ruolo di supplenza del welfare tradizionale

Un lavoro che viene evidenziato da Marco Rossi-Doria, esperto di politiche sociali, già sottosegretario all’Istruzione nei governi Monti e Letta: “Nell’ultimo ventennio il gettito del Welfare non si è adeguato all’esplosione delle disuguaglianze e della povertà, anzi in percentuale è diminuito. La Chiesa svolge un crescente compito di supplenza contribuendo così a garantire la tenuta sociale”. Il ruolo sociale della Chiesa si evidenzia nei numeri: 4488 centri ecclesiali erogano beni primari, facendosi carico dei bisogni essenziali di persone e famiglie, italiane e straniere. Sono diverse migliaia i centri di ascolto e circa 250mila gli interventi di orientamento, consulenza e segretariato sociale per disoccupati e nuclei economicamente svantaggiati. Decisivo il contributo alle microimprese e fondamentale quello per i progetti di servizio civile delle Caritas.

L’impegno per la ricostruzione post-sisma

Un ruolo decisivo la Chiesa lo sta avendo anche nella ricostruzione post-sisma, ma il vescovo di Rieti, Domenico Pompili avverte: “La fuga dalla propria quota di impegno lascia le macerie dove sono: rinviare non paga, serve una ricostruzione vera, capace di guardare avant . Il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia e presidente della Cei, gli fa eco, aggiungendo che “un patrimonio di bellezza rischia di andare perduto per sempre”. Da parte del vescovo di Ascoli, Giovanni D’Ercole, vengono evidenziate “le difficoltà, gli ostacoli e gli intralci della burocrazia spietata tentano di spingere al fatalismo della disperazione”. Andrea Riccardi, storico del cristianesimo, prova a tirare le somme: “In questo paese c’è un tessuto di solidarietà, in larga parte di matrice cattolica. La Cei ne ha preso coscienza, sostenendo in modo più largo questa realtà. I bisogni della gente sono molti e le risposte non possono venire solo da un Welfare che è ridotto e affaticato”.

GM