La storia di Marco Pedde: “Sono malato, ma non sono morto. Ho diritto alla sessualità”

Marco Pedde
Marco Pedde (Websource/archivio)

Marco Pedde, barista nuorese di 49 anni, ha deciso di rendere pubblica la sua storia per rivendicare un diritto del quale si parla troppo poco e che riguarda molte persone che si trovano in determinate condizioni. A Marco è stata diagnostica la Sclerosi Laterale Amiotrofica (la stessa malattia che ha ucciso per esempio l’ex calciatore Stefano Borgonovo) nel 2010 e da allora mentre il suo corpo rimaneva sempre più imprigionato in uan sorta di dolorosa e immobilizzante gabbia, la sua voglia di vivere e condurre una vita il più possibile “normale” cresceva di pari passo.

E’ lui stesso a raccontare la sua vita e le sue esigenze: “In Italia nonostante la convenzione dell’Onu per i diritti dei disabili alla sessualità, di cui il nostro Paese è firmatario, la legge non è stata ancora applicata. Si tratta di un disagio che aumenta la mia disabilità. In Italia a differenza di altri Paesi questo è un argomento tabù. Per me non lo è: ne parlo con le mie amiche, con le mie sei sorelle, con la mia anziana madre, con mio figlio di 12 anni, tutti appoggiano la mia battaglia. Il bisogno sessuale – argomenta Marco – deve essere messo alla stregua di qualsiasi altro bisogno per un disabile. Poter accedere al ‘piacere’ fa bene alla mente, ma è indispensabile la figura dell’assistente sessuale: la sessualità non deve essere circoscritta alle mere attività sessuali, ma include l’erotismo, la sensualità e la dimensione affettiva che comporta l’esperienza del contatto fisico. In Italia ci sono persone formate per questo, ma le Asl non assumono le professioniste – racconta ancora – Altri malati come me stanno facendo la battaglia e lo facciamo anche per tutte quelle persone che per motivi diversi non sollevano la voce ma sentono l’esigenza di vedersi riconosciuto questo diritto”.

Sul tema si sta spendendo molto la scrittrice Barbara Garlaschelli, anche lei costretta su una sedia a rotelle e autrice del fortunato libro “Non volevo morire vergine”: “Mi sono fatta male nel 1981, a quei tempi non c’era nessuno con cui poter parlare di sessualità. Sono passati più di trent’anni, ma quando di mezzo c’è la disabilità il sesso resta un tabù. È una responsabilità culturale di questo Paese, dove su questo tema ci sono grande ignoranza e un silenzio insopportabile. Il corpo del disabile non esiste, se non per essere accudito: amore sì, ma con una connotazione pietistica. Anche se ogni persona è un mondo a sé, ognuno di noi ha pulsioni e desideri. E il bisogno di costruire delle relazioni”. E a proposito della figura dell’assistente sessuale aggiunge: “Un professionista può essere anche un tramite tra genitori e figli, una risposta a moltissime domande. Per gli uomini, e ci mancherebbe, anche per le donne. Mi chiedo quando finalmente saremo pronti”.

F.B.