Pensioni: italiani costretti a lavorare di più

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(Websource/archivio)

Siamo alla vigilia dell’ennesimo incontro tra i sindacati e il governo. Il tema è sempre lo stesso ormai da settimane sul tavolo: l’innalzamento dell’età pensionabile. Ora a poche ore dall’incontro arrivano i risultati di uno studio pubblicato dalla Uil e basato su dati Missoc ed Eurostat. Da questa analisi è emerso che gli italiani vanno in pensione più tardi rispetto agli altri Paesi europei e dunque, nonostante un’aspettativa di vita non bassa, godono del meritato riposo per un periodo più breve rispetto agli altri. 16 anni e 4 mesi gli uomini e 21 anni e 7 mesi le donne, a fronte di medie europee che vedono  per gli uomini 18 anni e 9 mesi e per le donne 23 anni e 2 mesi. Addirittura in Francia, Paese in cui comunque si sta discutendo una riforma del sistema pensionistico, si va in pensione a 60 anni con un’aspettativa di vita intorno agli 85.

A fare da contraltare a questi dati arrivano però quelli Istat che sottolineano come in Italia rispetto al periodo 1960-62 c’è stato un aumento del 363% dei novantenni ed è più che raddoppiato il numero degli ottantenni. Dati che fanno capire quanto sia comunque necessario un cambiamento e quanto sia poco sostenibile ed immaginabile mantenere le cose sempre uguali e ferme. Va poi anche detto che, al di là dell’età pensionabile e dell’aspettativa di vita, molti dei problemi nascono dal fatto che la maggior parte degli attuali pensionati si è ritirata dal lavoro con il  sistema retributivo, un metodo molto gravoso per i conti pubblici e non più sostenibile.

Detto ciò i sindacati insistono sulle loro posizioni.  Il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti, ha ribadito: “Non c’è nessun motivo per aumentare in via generalizzata l’età di accesso alla pensione così come dovrebbe accadere sulla base dell’attuale normativa”. Mentre Tito Boeri, presidente dell’Inps, ha ricordato: “Se aumentano i pensionati e diminuiscono i giovani lavoratori il sistema non regge più”.

F.B.