Giuseppe Di Matteo

(websource/archivio)

La morte di Totò Riina, ai vertici di Cosa Nostra fino al suo arresto nel 1993, ha riservato diversi strascichi polemici. La Chiesa ha negato i funerali pubblici, richiamando una scomunica papale. In tanti hanno anche ricordato l’orrore perpetrato da Cosa Nostra quando Totò Riina ne era ai vertici, a partire dalle stragi di mafia del 1992 e 1993. Terribile anche l’assassinio di Giuseppe Di Matteo. Il ragazzino venne rapito il pomeriggio del 23 novembre 1993, che non era nemmeno tredicenne. Si trovava in un maneggio di Altofonte e ad agire fu un gruppo di mafiosi, su ordine di Giovanni Brusca, allora latitante e boss di San Giuseppe Jato. Il piccolo venne strangolato e successivamente sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996.

All’epoca dei fatti, Totò Riina era già stato arrestato, ma secondo molti dietro quel rapimento c’era proprio lui: la sua intenzione era quella di mettere a tacere il pentito Santino Di Matteo, il quale peraltro ha anche di recente ricostruito l’accaduto. Determinante per risalire agli autori di quel tragico rapimento, finito nel peggiore dei modi, la testimonianza di un altro super pentito, Gaspare Spatuzza. C’è poi la più recente confessione di Vincenzo Chiodo, il quale ha ricostruito i momenti drammatici dell’assassinio di Giuseppe Di Matteo: “Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva”.

La drammatica confessione

Vincenzo Chiodo ha ricordato ancora: “Il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente. Sto morendo, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi”.

“Io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello che abbia potuto capire o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio da polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra”, ha detto Vincenzo Chiodo. Quindi ha concluso il suo drammatico racconto: “Io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire”. Cinque gli ergastoli per la morte del bambino, comminati ai boss Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro, latitante, e agli imputati Luigi Giacalone, Francesco Giuliano e Salvatore Benigno.

 

GM