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Tra il 2006 ed il 2010 la signora Maria (86 anni) si è legata affettivamente alla sua badante. La donna le ha prima cointestato il conto (permettendole di gestire le sue finanze) ed in seguito, a fine 2010, l’ha inserita nel suo testamento indicandola come unica beneficiaria della sua eredità. Qualche mese dopo le condizioni della signora Maria sono peggiorate: la donna è stata ricoverata e dopo un leggero miglioramento è stata portata in una struttura riabilitativa, ma la sua degenza è durata poco poiché poco tempo dopo è morta.

Sbrigate tutte le pratiche legate al funerale, i parenti della donna sono venuti a conoscenza del fatto che l’unica beneficiaria del testamento sarebbe stata la badante e, convinti che questa se ne fosse approfittata, le hanno fatto causa per circonvenzione d’incapace costituendosi come parte civile. Il processo in primo grado è culminato con una condanna della badante (due anni di carcere), ma la donna sapeva di non aver approfittato dell’assistita ed ha subito incaricato i legali di fare ricorso alla Corte d’Appello.

Nel 2016, la sentenza della Corte d’Appello ribalta completamente il verdetto. In seguito al ricorso, infatti, è stata aperta un’indagine sulla presunta circonvenzione e non sono state trovate prove che la supportassero: le perizie psichiatriche precedenti al ricovero non mostrano mancanza di lucidità da parte dell’anziana ed i movimenti bancari effettuati dalla badante sono conformi al compenso percepito ed alle spese necessarie al sostentamento dell’anziana.

In seguito a questa sentenza, i parenti della anziana hanno fatto ricorso in Corte di Cassazione, ma in questi giorni è stato rigettato. Anche per i giudici della Cassazione non ci sono i presupposti per giudicare colpevole la badante di truffa ai danni dell’assistita. Pertanto la badante non solo viene riabilitata dalle accuse infamanti che le sono state rivolte in questi 7 anni di processi, ma potrà godere dell’eredità della donna senza timore di ulteriori processi.

F.S.