concetta candido

Concetta Candido e Gad Lerner (Websource/archivio)

Concetta Candido fece parlare di se a giugno per il gesto eclatante che la vide darsi fuoco deliberatamente in una sede torinese dell’Inps, dandosi alle fiamme utilizzando alcol ed accendino. Fece questo perché da tempo si trascinava con l’ente un contenzioso relativo alla mancata indennità di disoccupazione per la quale aveva fatto regolare domanda, dopo essere stata licenziata il 13 gennaio 2017 dalla ditta di pulizie per la quale prestava servizio. Ma la mancanza di un documento aveva bloccato tutto: nello stesso si doveva accertare il buono stato di salute che l’avrebbe dichiarata abile a lavorare. Proprio nella settimana in cui venne licenziata, Concetta Candido era in mutua ed il medico di allora non ha voluto firmarle il foglio che le serviva. L’indennità nel frattempo è arrivata, anche se è partita in ritardo rispetto alla richiesta fatta nello stesso mese di gennaio, mentre nulla sembra si possa fare per ottenere gli arretrati che pure dovrebbero spettare alla donna. Era proprio su questo aspetto che si era aperta una controversia.

Concetta Candido, resta solo la sofferenza

E non è stata la sola battaglia che Concetta Candido si è ritrovata a dover combattere: la sua ex datrice di lavoro non le aveva liquidato il tfr, e ci è voluta un’altra lotta parallela per avere ragione in tribunale. Intanto la 46enne Concetta era stata anche in coma dopo essersi data fuoco, e ha subito operazioni e trapianti di pelle. Ha però avuto modo di rendere di dominio pubblico l’odissea che ancora oggi sta vivendo, con in particolare Gad Lerner ad essersi interessato della sua vicenda. In tutto questo tempo è stato il fratello Giuseppe a prendersi cura delle sue cose in ambito burocratico: l’uomo ha puntato il dito contro l’eccessiva lentezza di un sistema pachidermico, che per ogni cosa richiede la presenza di carte bollate e permessi. Per quanto riguarda Concetta, Natale lo ha trascorso in famiglia dopo essersi risvegliata da tempo, ma per essere dimessa e poter tornare definitivamente a casa c’è ancora bisogno di tempo. Intanto sei mesi dopo niente è cambiato, degli arretrati da lei reclamati sembra non ci sarà traccia e la sofferenza fisica ed emotiva continua.

S.L.