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Le elezioni si avvicinano e l’attesa inizia a farsi rovente. Tanto che, per evitare futuri tradimenti e cambi di gruppi dopo l’eventuale insediamento in Parlamento, il Candidato Premier del movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, ha dettato alcune regole e le ha esposte con un video postato sul suo profilo personale di Facebook, in occasione di un incontro tenuto a Gorgonzola in provincia di Milano. Per lui e per il bene del suo Partito, sono i dettagli a fare la differenza: “Sicuramente ci criticheranno, ma per me è sacrosanto. Chi entra in Parlamento con un gruppo e cambia gruppo o se ne va a casa o paga una multa profumata. Non esiste che possiamo lasciare gente in Parlamento che si mette in vendita nel gruppo Misto, quindi rivendico la possibilità di multare con centinaia di miglia di euro i parlamentari che cambieranno casacca. Ma non credo che ci saranno nel nostro Gruppo”. Profumo di minaccia o più semplicemente voglia di evitare grane,  il 31enne deputato della XVII legislatura della Repubblica Italiana è fermamente deciso su come applicare il suo operato: “Se dovessimo andare al governo del Paese, inseriremo una norma che impedirà ai parlamentari di restare in Parlamento quando cambiano gruppo, qualsiasi Gruppo. Basta con l’assenza di vincolo di mandato. Se ne è approfittato fin troppo”.

Non dello stesso avviso i giuristi, che da parte loro ritengono impraticabile tale soluzione. Affermano che è giusto voler impedire i cambi di casacca tra i vari parlamentari, ma l’obbligo di dimissioni o il pagamento di multe contrastano con il divieto di vincolo di mandato previsto dalla Costituzione. Questo quanto afferma il costituzionalista 75enne Cesare Mirabelli, che non boccia l’idea del leader del M5S, ma ne frena la fattibilità: “Certamente è un’esigenza positiva quella di evitare questo stravolgente fenomeno dei cambi di casacca, più di 500, che si è verificato in questa legislatura, ma lo strumento non mi sembra adeguato, perchè la nostra Costituzione prevede che il parlamentare eserciti le sue funzioni senza vincolo di mandato. È ipotizzabile un’espulsione dal partito per chi cambia Gruppo ed è possibile, come per ogni associazione privata, rivendicare la titolarità di un credito verso chi ha contratto dei debiti con la forza politica che ha sostenuto la sua campagna elettorale o non ha versato nelle sue casse dei contributi che erano previsti. Ma oltre non si può andare, pretendendo dimissioni dal Parlamento o infliggendo sanzioni se non adempie a questo obbligo”. Ai posteri l’ardua sentenza.

GVR