Festival Woodstock, l’evento che ha cambiato per sempre la storia della musica. L’enorme manifestazione musicale è stata un punto fisso, che ha creato uno spartiacque tra il prima ed il dopo.

Il Festival di Woodstock ha cambiato per sempre la storia della musica e di intendere la musica. Ma anche di consumarla, di approcciarsi ad uno dei media più antichi e sempre in continuo mutamento. L’evento è stato la più grande kermesse nella storia della musica, con dozzine di artisti che si sono esibiti davanti a tantissime persone. Il nome dell’evento, in lingua originale, era  3 Days of Peace & Rock Music. Ovvero “Tre giorni di pace e musica rock”. Alla fine però, data la vicina città di Woodstock, il festival ha preso il nome del paese che era lì vicino. La cittadina, nota per le sue attività artistiche e per la sua comunità Hippy, alla fine ha dato il nome all’intero show.

Festival di Woostock, la lista degli artisti che si sono esibiti

Il movimento Hippy, i moti giovanile e tutte le personalità che rifiutavano la guerra ed il conflitto vedevano in Woodstock un evento per dare libero sfogo ai proprie sentimenti. Ogni barriera sociale, economica, razziale, religiosa. Tutti muri vennero sgretolati sotto i colpi della musica e delle droghe. Nato all’inizio come un evento di piccole dimensioni,  alla fine radunò ben trentadue musicisti e gruppi tra i più noti del tempo salirono sul palcoscenico. E che artisti.

Gli artisti del primo giorno, il 15 agosto 1969:  Richie Havens, Swami Satchidananda, Sweetwaterm, Country Joe McDonald, John Sebastian. The Incredible String Band, Bert Sommer,Tim Hardin, Ravi Shankar, Melanie Safka, Arlo Guthrie e Joan Baez. 

16 agosto 1969: Quill, Keef Hartley Band, Santana, Canned Heat, Mountain, Janis Joplin & The Kozmic Blues Band. Sly & the Family Stone, Grateful Dead, Creedence Clearwater Revival, The Who e Jefferson Airplaine.

17 e 18 agosto: The Grease Band, Joe Cocker, Country Joe and the Fish, Ten Years After, The Band. Blood Sweat & Tears, Johnny Winter e Crosby, Stills, Nash & Young, Paul Butterfield Blues Band, Sha-Na-Na e Jimi Hendrix.

 

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Il ricordo negativo di Kramer

Eppure non tutti ricordano con il sorriso sulle labbra l’evento. Proprio la libertà totale dell’evento ha infatti portato all’abbattimento di ogni barriera e di costrutto sociale. Comprese le regole basilari della convivenza.  Eddie Kramer, cameraman che aveva il compito di registrare l’evento, ha descritto l’evento come un incubo. Ecco le sue parole a Panorama:

“Tre giorni di droga e fango: Woodstock è stato un incubo!”. Basta una manciata di secondi a Eddie Kramer per smontare la retorica idealista che aleggia da sempre intorno al raduno dei raduni. Il suo è il punto di vista di uno che a Woodstock, nell’agosto del 1969, era andato per lavorare. “La mia missione era incidere su nastro tutto quello che avveniva sul palco. Gran bel lavoro in teoria, ma quando sei l’unico essere umano lucido in mezzo a 500 mila strafatti, le cose si complicano. Artisti, manager, security, staff: tutti fuori di testa. Ricordo un mixer in fiamme e un gruppo di tecnici in preda all’lsd che gli danzava intorno. ‘Nessuno lo spegne?’ chiedo io. ‘Noi non rubiamo il lavoro alle nuvole’ fu la risposta.

Hendrix? Jimi suonò per ultimo, con cinque ore di ritardo, all’alba di lunedì. Per stare sveglio mi feci da solo due iniezioni di vitamina B procurandomi altrettanti lividi enormi sui glutei. A quel punto non riuscivo più nemmeno a sedermi. Quando Jimi suonò l’ultima nota del suo show, pensai: forse è davvero finita. Non mi riferivo solo al concerto, ma a un’era. Quella folla stravolta che vagava verso l’uscita con i piedi immersi nel fango e negli escrementi era un simbolo. Woodstock non è stato l’inizio di un bel niente, ma la porta dietro cui sono rimasti sepolti gli ideali e le utopie degli anni Sessanta. 

Voglio andare oltre il dato artistico, Woodstock fu un caso eccezionale di perdita collettiva di controllo. Nessun artista fece sul palco quel che era previsto. Tutti flirtarono con la pazzia improvvisando a caso, alcuni con risultati geniali, altri facendo pena. Ne sono certo, fu una reazione inconscia per entrare in sintonia con l’anarchia e le allucinazioni psichedeliche della folla. Quando, a partire dal secondo giorno, tutti iniziarono a girare nudi, fu un corto circuito: gli artisti con i loro jeans e i giubbotti di pelle non erano più un’avanguardia, ma borghesi antiquati, magari dotati pure di mutande. Le icone della trasgressione erano diventate obsolete. E la massa dettava la linea. Che paura. 

Il mio lavoro per restaurare i brani di Hendrix? Per contratto, questo lavoro di recupero e restauro del vecchio materiale di Jimi lo devo fare in totale solitudine e segretezza. Solo io, il mixer e le bobine dell’epoca su cui sono incisi anche i dialoghi fra un brano e l’altro. Vivo momenti surreali, quasi da seduta spiritica, quando nel cuore della notte esce all’improvviso dagli amplificatori la voce di Jimi: ‘Eddie, ho la sabbia in gola, me la porti una birra? Eddie, quanta pazienza devi avere con uno come me?’. Allora riavvolgo il nastro, alzo il volume e lo riascolto. E non riesco a trattenere le lacrime”.