Capitano Ultimo, il Tar del Lazio blocca la revoca della scorta

ULTIMO AGGIORNAMENTO 15:51

Il Tar del Lazio ha bloccato la revoca della scorta a Capitano Ultimo

Il Tar del Lazio ha sospeso in via cautelare il provvedimento del ministero dell’Interno che aveva annullato la protezione di Capitano Ultimo, colui che arrestò Totò Riina. I giudici hanno accolto il ricorso presentato dall’avvocato Antonino Galletti, difensore dell’ex carabiniere. Il commento di quest’ultimo: “Ancora una volta il Tar di Roma accoglie le nostre ragioni, addirittura in sede d’urgenza. Ulteriore testimonianza del fatto che il colonnello De Caprio tuttora vive in una condizione di pericolo concreto ed attuale. Non ci risulta che la mafia sia stata ancora sconfitta. Chi si è battuto a lungo contro di essa sacrificando la propria libertà e mettendo a rischio la vita ha diritto di essere tutelato dallo Stato”.

Capitano Ultimo
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Capitano Ultimo, la storia di colui che arrestò Totò Riina

Sergio De Caprio, detto anche Capitano Ultimo, nato a Montevarchi il 21 febbraio 1961, è un militare italiano. È stato a capo dell’unità Crimor dei Carabinieri ed è noto soprattutto per aver arrestato Totò Riina nel 1993. A causa di ciò, è finito nel mirino di Cosa Nostra. Diversi pentiti negli anni ’90 hanno parlato di possibili attentati alla vita dell’eroe. Gioacchino La Barbera riferì che Leoluca Bagarella aveva offerto ad un carabiniere, che forniva notizie a cosa nostra, un miliardo di lire per avere informazioni su dove alloggiava l’uomo.

Salvatore Cangemi, invece, altro pentito, parlò di una riunione con Bernardo Provenzano, Ganci Raffaele e Michelangelo La Barbera. In questa pare si facevano progetti sulla cattura di Di Caprio. Anche il pentito Giuseppe Guglielmini il 9 maggio 1997 riferì di avere appreso dal killer Giovannello Greco, che Bernardo Provenzano aveva il chiodo fisso di uccidere il capitano Ultimo. Nel 2014 al colonnello De Caprio già era stata revocata la scorta. Gli fu restituita dopo la denuncia del settimanale Panorama, diretto da Giorgio Mulé, che per primo denunciò la revoca dando la notizia con un articolo firmato dal giornalista Enrico Fedocci.

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