Katia Ancelotti, chi è la figlia del mister del Napoli

ULTIMO AGGIORNAMENTO 13:07

Katia Ancelotti è la figlia di un allenatore di calcio che ha vinto tutto nella vita. Scopriamo chi è

Katia Ancelotti è nata a Roma il 18 Aprile 1984. La sua famiglia è tutta napoletana, non di nascita, ma di adozione: padre, fratello e marito lavorano nella società di calcio del Napoli. Il papà, Carlo Ancelotti è il mister della squadra partenopea per il secondo anno di seguito. Suo fratello, Davide Ancelotti è l’allenatore in seconda di suo padre. Suo marito, genero del mister Ancelotti, Mino Fulco, è il nutrizionista della squadra. Katia si è dichiarata, infatti: “Napoletana di adozione”. In un’intervista ha dichiarato: “Carlo Ancelotti lo vivo anche come padre e uomo fuori dal campo e con tutto il rispetto per i francesi e i tedeschi, ma Napoli e i napoletani danno un calore particolare e questa energia poi si trasmette sul campo”.

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Vita privata di Katia Ancelotti

Katia vive a Napoli con tutto il resto della famiglia da quanto il padre, il fratello ed il marito lavorano con la società. Katia e Mino si sono sposati nel 2014 nella bellissima chiesa benedettina di Sant’Angelo in Formis a Caserta. C’erano circa 230 invitati ma decisamente pochi personaggi famosi e vip. Hanno presenziato alle nozze l’ex tecnico del Napoli Ottavio Bianchi, alcuni dirigenti del Real Madrid e del Milan, oltre alla presentatrice Barbara Petrillo – amica stretta della sposa – con il marito Fabiano Santacroce, ex calciatore del Napoli e del Parma. La coppia, inoltre, ha due piccolissimi figli.

Il peso di un cognome

Portare un cognome così altisonante può avere i suoi pro ed i suoi contro. Katia Ancelotti commenta così: “Da piccola ho dovuto ‘sopportare’ il peso di un cognome altisonante. Ma sinceramente me ne sono sempre fregata. Qualsiasi cosa facessi, sentivo: vabbè è stata promossa per il padre, va ad Amici grazie al papà, lavora perché si chiama così. Gli occhi della gente sempre lì a giudicare me o mio fratello. Abbiamo avuto la forza di ignorare e dimostrare che il privilegio non esiste se non dimostri di valere”.