Attentato all’Addaura: “So chi ha tradito Giovanni Falcone”

Fallito attentato all’Addaura del 1989, parla un giornalista: “So chi ha tradito Giovanni Falcone”, la testimonianza del cognato del magistrato ucciso.

(foto pubblico dominio)

Nuove rivelazioni arrivano in queste ore sul fallito attentato a Giovanni Falcone all’Addaura. In un’intervista ad Atlantide, ha parlato il cognato del magistrato ucciso il 23 maggio 1992, Alfredo Morvillo. Il procuratore andato in pensione nelle scorse settimane ha rivelato: “Mi parlò di menti raffinatissime, attentato organizzato da qualche uomo delle istituzioni che ha tradito. Nessuno poteva sapere che sarebbe andato a fare il bagno sugli scogli. Qualcuno ha tradito Giovanni, condivideva un segreto con Carla Del Ponte”. Quello del fallito attentato all’Addaura, sulla costa palermitana, dove Giovanni Falcone aveva preso in affitto una villa per la stagione estiva, è uno dei punti ancora oscuri che riguardano la vita del magistrato che venne poi realmente ucciso dalla mafia.

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Cos’è il fallito attentato all’Addaura con obiettivo Giovanni Falcone

Poco meno di tre anni prima dell’attentato di Capaci, il 19 giugno 1989, gli agenti di polizia addetti alla protezione personale del giudice trovarono sulla costa palermitana decine di cartucce di esplosivo vicino a un borsone sportivo e attrezzatura subacquea. Proprio quel giorno, Falcone aspettava due magistrati svizzeri, per un appuntamento di lavoro: una dei due era Carla Del Ponte, che divenne poi procuratrice capo del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia. Molto fece discutere quel fallito attentato e qualcuno sostenne anche la tesi che fosse una sorta di “trovata pubblicitaria” del magistrato. Affermazioni che dapprima infondate – dopo la morte del giudice antimafia – vennero purtroppo smentite dai fatti. Diversi rapporti emersi col tempo mostrano infatti come da anni il magistrato fosse diventato l’obiettivo numero uno di Cosa Nostra.

Oggi di quel fallito attentato si torna dunque a parlare. Lo fa la trasmissione di La7 ‘Atlantide’, che ospita Alfredo Morvillo, ma non solo. Tra gli intervistati c’è anche il noto giornalista antimafia Saverio Lodato. Questi ha rivelato: “Gli chiesi chi fossero le ‘menti intelligentissime e raffinatissime’ che avevano guidavano la mafia e a cui lui aveva fatto riferimento dopo il fallito attentato dell’Addaura. Fui molto insistente. Il nome era quello del dottor Bruno Contrada. Ma mi diffidò dallo scriverlo altrimenti non avremmo più avuto alcun rapporto”. Come noto, Bruno Contrada, ex dirigente del Sisde, è stato a lungo sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa: condannato a 10 anni nel 2007, nel 2015 una sentenza della Corte di Strasburgo chiede il risarcimento nei suoi confronti, poiché all’epoca dei fatti che gli vennero contestati quel tipo di reato non era nel nostro ordinamento giuridico.

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“Menti raffinatissime” dietro il fallito attentato a Falcone: parlano i protagonisti

Si aprì anche la revisione del processo e negli anni la figura di Contrada venne anche riabilitata. Nell’ottobre 2017, venne revocato anche il provvedimento di destituzione nei suoi confronti e divenne un pensionato dello Stato. Saverio Lodato, nell’intervista mandata in onda ieri sera su La7, sottolinea: “Di fronte ad uno stato d’animo, di fronte a un uomo  che era consapevole di un conto alla rovescia per lui io lo incalzai su quel nome e quei nomi visto che lui parlava al plurale”. Spiega ancora Saverio Lodato: “Falcone vedeva una mano di pezzi dello Stato e delle istituzioni, lui già non credeva più da tempo  che la mafia avesse decapitato un classe dirigente da sola senza che lo stato italiano fosse in gradi di opporsi”.

Giovanni Falcone – secondo Saverio Lodato – “aveva capito che si trovava in un gioco più ampio, quella che successivamente sarebbe emersa come trattativa Stato-Mafia. Oggi, 28 anni dopo, sollecito l’apertura degli archivi italiani e americani sulla trattativa Stato-Mafia, per onorare la memoria di Falcone”. Il cognato del magistrato ucciso dalla mafia ha messo invece in evidenza come la visita di Carla Del Ponte era strettamente riservata. Nessuno poteva sapere che fosse a Palermo. Ugualmente Giovanni Falcone non era solito fare il bagno. Quindi anche questo dettaglio che lui potesse dopo il colloquio di lavoro recarsi in spiaggia era potenzialmente top secret. In base a questi ragionamenti, allora ma anche oggi restano valide le argomentazioni del magistrato ucciso, che per primo parlò di “menti raffinatissime”.