Crisi e deficit in USA, il peso delle spese militari

Un periodo di vacche magre, con i governi che devono alzare le tasse o ridurre le spese. O anche entrambe le cose.

Che cosa toccare (a parte le solite sanità e istruzione, e le pensioni dei lavoratori)? Anche il Financial Times si accorge che forse, nel caso degli Stati Uniti, le spese militari siano un fardello troppo pesante nell’attuale congiuntura. Considerando che sa soli gli USA registrano la metà degli investimenti militari mondiali è evidente che mantenere una richiesta “base” per il 2011 di 550 miliardi di dollari (a cui si devono sommare i circa 150 miliardi per i conflitti in corso di combattimento) sia fuori da ogni logica. Anche perché di tutto il bilancio federale solo i due quinti si possono considerare spesa discrezionale, sulla quale si può davvero intervenire.

Alcune armi devono essere messe da parte, conclude il prestigioso quotidiano finanziario, facendo eco a quanto successo alla fine della guerra fredda dopo la quale si è vissuto un calo di 1/3 delle spese militari in termini reali (dal 1987 al 1998) accompagnato soprattutto da un calo del numero di effettivi delle forze armate, passati da 2,2 milioni a 1,4 milioni di soldati.

Il problema sta proprio qui (in analogia a quanto succede per esempio anche nel nostro esercito) perchè ormai il costo per singolo soldato è cresciuto del 40% in particolare per le spese di cura medica. Oggi anche nell’esercito USA l’unico punto di intervento è dato dalla riduzione dei fondi per gli investimenti che, se gli efefttivi non diminueranno e i costi di mantenimento cresceranno col ritmo solito, potrebbero vedere una diminuzione del 30% in cinque anni.

Le industrie a produzione militare, vere beneficiarie dell’ enorme balzo delle spese militari degli ultimi 10 anni, dovranno farsene una ragione per il futuro. O almeno lo si spera.

Francesco Vignarca – Altreconomia.it