Colombia, la vittoria del successore di Uribe è un segnale allarmante per l’ America

Juan Manuel Santos

Il successo clamoroso (anche se non sufficiente per essere eletto al primo turno) di Juan Manuel Santos, il più naturale continuatore del presidente Uribe, è un segnale preoccupante per tutto il continente. Santos, che appartiene a una famiglia che ha fornito diversi presidenti al paese, è stato al fianco di Uribe come ministro della Difesa per tre anni; anche se non è riuscito ad essere eletto al primo turno, è praticamente sicuro di farcela al ballottaggio sia per lo scarto enorme (47% rispetto al 21 % del secondo), sia perché i voti di due altre liste di destra confluiranno sicuramente su di lui e lo dovrebbero portare al 60%. Il principale rivale, il “verde” Antanas Mockus, ex sindaco di Bogotà, presentato in Europa come “candidato della sinistra”, aveva ribadito fino alla noia che non era né di destra né di sinistra. Era noto per aver mostrato il sedere a chi lo contestava quando era rettore dell’Università di Bogotà e per altre stravaganze, ma anche per aver amministrato decentemente la capitale come sindaco; tuttavia il suo programma non era molto diverso da quello di Santos, sia per quanto riguarda il rapporto con le FARC e la ricerca della pace, sia per la collocazione internazionale del paese. Comunque nessuno sa da dove potrebbero venire fuori i voti che gli mancano per vincere il ballottaggio. In ogni caso, Mockus era una falsa alternativa, più di immagine che di sostanza.

I rapporti di Santos con Uribe ultimamente non erano ottimi (Uribe aveva rifiutato di appoggiare esplicitamente il suo ex ministro nella campagna elettorale, in cui avrebbe voluto essere candidato lui per la terza volta, se non ci fosse stato un deciso veto da parte della Corte costituzionale), ma i due rappresentano indubbiamente la stessa politica. È un dato inquietante che ci siano stati tanti consensi per chi ha governato con la violenza, ha subordinato il paese sempre più agli Stati Uniti col pretesto della lotta al narcotraffico, e ha portato a livelli inimmaginabili le sperequazioni sociali: la Colombia si trova al penultimo posto, subito dopo il Paraguay nella classifica basata sul “coefficiente di Gini” che misura la disuguaglianza della distribuzione. Col pretesto della lotta alla guerriglia e ai narcotrafficanti (che non sono la stessa cosa, anche se tutta la grande stampa europea lo ripete) moltissimi contadini sono stati costretti a fuggire dai loro villaggi: 760.000 famiglie solo tra il 1998 e il 2002, secondo la corte costituzionale colombiana. Le terre che hanno lasciato (cinque milioni e mezzo di ettari) sono rimaste abbandonate, o sono finite in mano a vecchi e nuovi latifondisti, spesso ex paramilitari. Molte zone del paese d’altra parte sono isolate: ci sono appena 300 chilometri di strade per milione di abitanti (erano appena 200 pochi anni fa), cioè meno di quante ce ne siano in due paesi simili e poveri come Bolivia e Ecuador.

Le formazioni paramilitari, anche dopo essere state formalmente sciolte, continuano a pesare e a determinare il voto con la violenza o la corruzione, costringendo quel 65% dei contadini sotto la soglia di povertà a votare per i propri affamatori.

Ma una parte notevole dei più poveri ha votato in passato per Uribe e ora per Santos non solo perché costretta, ma perché rassegnata, o addirittura perché grata per i modesti sussidi che Uribe ha distribuito a 2 milioni e novecentomila famiglie per mandare i figli a scuola (nel 2002 erano appena 200.000). Un altro programma assistenziale, Red juntos, assiste un milione di famiglie particolarmente povere. La gratitudine è facilitata dal fatto che la distribuzione dei sussidi è stata gestita direttamente dalla presidenza della repubblica, scavalcando i rappresentanti locali del potere, molto odiati (chiamati i parapoliticos perché nati direttamente dai paramilitares).

Ma va detto che la forza di Uribe, e ora di Santos, dipende anche dal ruolo delle Farc, che attraversano da anni una crisi politica e strategica profonda, e si sono anche ridimensionate numericamente, pur mantenendo ancora un radicamento che non ha confronti con altre guerriglie del passato. Alcune scelte sbagliate tatticamente, e anche seri errori politici, come i rapimenti a scopo di riscatto anche di persone non direttamente coinvolte nella repressione, hanno permesso a Uribe di ottenere un consenso non per il buongoverno, ma come garante di una via militare alla pacificazione. Ovviamente assurda e immorale, ma condivisa da molti, che sono stanchi del protrarsi di una situazione senza via d’uscita.

La corte suprema di giustizia intanto ha indagato su molti quadri politici, e ben 107 parlamentari vicini a Uribe sono sospettati di legami con la”parapolitica”, e anche di assassini di avversari politici, giornalisti, sindacalisti. Alcuni sono già stati condannati, ma Uribe li ha difesi come vittime di una magistratura politicizzata, e li ha tenuti nel governo. È difficile che Santos possa fare diversamente. È stato complice di molti crimini di Uribe. Santos è stato infatti ministro della Difesa al momento dell’operazione militare condotta in territorio ecuadoriano per uccidere il portavoce delle FARC, Raúl Reyes, appoggiata tecnicamente da Stati Uniti e da Israele (da decenni presente in America Latina al fianco dei peggiori regimi), ed ha gestito in prima persona per tre anni l’operazione avviata nel novembre 2005 dal suo predecessore alla Difesa, Camilo Ospina Bernal: lo sterminio dei “falsos positivos”, come sono state chiamate le vittime di una cinica truffa dei militari.

Lo scandalo è scoppiato grazie alla tenacia di molte madri di giovani “desaparecidos”: è risultato che almeno 2.279 ragazzi erano scomparsi mentre cercavano un lavoro. Erano stati attirati con una promessa di assunzione, o presi a caso in un rastrellamento, portati lontano dal loro villaggio o quartiere, e infine rivestiti con un’uniforme da guerrigliero prima di essere uccisi e sepolti in fosse comuni. La ragione era semplice: la “Direttiva numero 29” firmata da Ospina Bernal e gestita poi da Juan Manuel Santos prevedeva lauti compensi per ogni militante delle FARC ucciso: si andava da 1.900 dollari per un soldato semplice, a 2 milioni e mezzo per un generale. Era difficile catturare i veri guerriglieri, ma facile inventarli. Bastava attingere dai fondi del Plan Colombia, 6 miliardi di dollari che dovevano servire per colpire la produzione di coca, e che sono serviti invece soprattutto ad arricchire militari e politici: la Colombia è sempre il primo paese produttore di cocaina, con circa 500 tonnellate all’anno.

La cocaina è sempre stata un pretesto: per fermarne la diffusione, bisognerebbe colpire al centro della distribuzione, negli USA. Il vero scopo del Plan Colombia è stato chiarito dal senatore repubblicano Paul Coverdale, relatore al Congresso degli Stati Uniti nel 1998: “per controllare il Venezuela, è necessario occupare militarmente la Colombia”. Due anni dopo lo stesso Coverdale aveva detto che “anche se molti cittadini temono un altro Vietnam, è necessario, perché il Venezuela ha il petrolio ed è ostile agli USA, e anche l’Ecuador è vitale per noi, e ha indios pericolosi. Quindi “gli Stati Uniti devono intervenire in Colombia per dominare il Venezuela e l’Ecuador […] Se il mio paese sta conducendo una guerra civilizzatrice nel lontano Iraq, sono sicuro che potrà farlo nella vicina Colombia”.

Intanto i miliardi del Plan Colombia, di cui qualcosa è finito non solo ai militari assassini, hanno evidentemente convinto una parte dei diseredati a votare per la continuità, anche se probabilmente almeno le madri dei “falsos positivos” non hanno votato per Santos… Queste elezioni, in cui molti hanno visto il segnale di un nuovo forte impegno degli Stati Uniti (sia pure nell’ombra) per una controffensiva politica nel continente, comunque, sono un segnale di allarme per tutti i paesi vicini.

Antonio Moscato – ilmegafonoquotidiano