Gheddafi: la fine sanguinosa di un tiranno

Profilo di Muammar Gheddafi

MORTE GHEDDAFI – Il Colonnello Muammar Gheddafi, colui che fino a pochi mesi fa appariva come l’invincibile leader della Libia, temuto e riverito da molti, è morto ieri dopo la cruenta battaglia che ha visto la caduta della sua ultima roccaforte, la città natale di Sirte.

Durante questi mesi di guerra, Gheddafi non è voluto rifugiarsi all’estero, è rimasto nella sua terra fino all’ultima battaglia, circondato dai figli e dai suoi fedelissimi. Dopo un ultimo, disperato, tentativo di fuga, il raìs libico è morto in modo violento nella stessa città in cui è nato. Catturato dai ribelli, è stato preso e malmenato dalla folla, quindi freddato con un colpo alla testa, forse per mano di un ragazzo.

Quasi tutti i media del mondo hanno aperto con la terribile foto di Gheddafi sanguinante, implorante e morente. Un’immagine distante millenni luce da quelle a cui ci aveva abituato la sua propaganda spettacolare e narcisistica. Un leader indebolito che invoca pietà: “Non sparate!” sono state le sue ultime parole ai ribelli, quando lo hanno scovato all’interno di un tunnel di cemento dove si era nascosto, dopo che la Nato aveva colpito il convoglio con cui stava fuggendo da Sirte.

Così muoiono i dittatori e un quotidiano inglese ha titolato: “La fine senza pietà di un tiranno senza pietà”. Sangue lava sangue, si dice. Anche se Gheddafi è stato un dittatore senza pietà e senza dubbio gravi e numerosi sono i suoi crimini, forse come umanità avremmo fatto un passo in avanti se gli avessimo risparmiato i metodi da lui usati contro i suoi avversari. Una detenzione dura e senza sconti, un processo severo e una punizione esemplare, ma sempre nell’alveo della legge e delle convenzioni internazionali, sarebbero stati preferibili, come hanno detto anche molti commentatori. Si è scelta invece la via della giustizia sommaria, della vendetta.

Certo, può essere facile parlare per chi vede da lontano la guerra, per chi non ha vissuto gli anni feroci della dittatura, chi non ha subito le repressioni né le torture. Ma è proprio perché si vuole fare giustizia, per quanto doloroso e difficile possa essere, che si dovrebbe compiere quello sforzo in più, di andare oltre la rappresaglia.

Verrebbe da chiedersi, poi, chissà Gheddafi vivo e prigioniero quali verità scomode avrebbe potuto rivelare. Forse, per quieto vivere di tutti, è stato meglio metterlo a tacere.

Evitiamo poi di girare il coltello nella piaga della pessima figura italiana con gli show roboanti di cavalli berberi, hostess in cerca di visibilità, cortei delle forze armate e addirittura volo delle frecce tricolori di appena un anno fa, quando il rais venne in visita nel nostro Paese. Una delle peggiori umiliazioni della nostra storia repubblicana. Anche se quasi nessuno tra i Paesi occidentali, quanto a rapporti ambigui con la Libia e Gheddafi può sventolare la bandiera della purezza. Inoltre non è conveniente parlarne ora, che è giunto il momento di sedersi al tavolo delle trattative per spartirsi il petrolio e le risorse di un Paese.

Con l’uccisione di Gheddafi leggi, codici, convenzioni internazionali, spirito di giustizia e libertà sono stati messi da parte, sono passati più di duemila anni, ma siamo ancora fermi all’occhio per occhio, dente per dente.

 

Valeria Bellagamba