Reportage, pakistani in Italia

Le storie della vita reale nei due paesi confermano che la paura di una cultura “aliena” è più forte quando le persone di culture diverse si guardano a distanza.

Islamabad/Roma – Un’occhiata più da vicino alle modalità dell’integrazione pakistana nella società italiana indica che è la distanza – e non le differenze – tra le due culture che si rivela essere la barriera più dura da superare nell’integrazione culturale. Il Pakistan viene associato a parole come “terrorismo”, “burqa” e “guerra” nelle menti di molti italiani che Zouq Iqbal,un immigrato pakistano, incontra tutti i giorni a Milano. Sin dal suo arrivo in Italia nel 2002, Zouq passa la maggior parte del suo tempo libero con amici pakistani; i suoi contatti con gli italiani sono molto limitati. “Quando viaggio in treno o in autobus, le donne si tengono strette le proprie borse”, racconta con un tono a metà fra la rassegnazione ed il divertimento.

I pakistani hanno iniziato a stabilirsi in Italia a partire dai primi anni ‘80, quando la Gran Bretagna e la Germania cominciarono a respingere gli aspiranti immigrati provenienti dall’Asia meridionale. Oggi ci sono più di 80.000 immigranti di origine pakistana in Italia, il 70% dei quali vive nel Nord Italia. In effetti, sono talmente numerosi i pakistani che vivono nella città di Brescia che essa viene a volte chiamata “Brescia-stan”.

Ejaz Ahmad, un giornalista e mediatore culturale pakistano che vive in Italia dal 1989, sottolinea che l’immigrazione è più che una tendenza temporanea: “Circa 10.000 pakistani hanno acquistato case, segno della loro intenzione di fermarsi permanentemente”.

Stereotipi e paura dell’altro esistono da entrambi le parti. Molti italiani non sono a conoscenza del fatto che quando la nazionale italiana di cricket Under-15 ha vinto il campionato europeo, essa comprendeva un solo giocatore di origini italiane; il resto della squadra era composta da immigrati di seconda generazione, figli di genitori sud-asiatici.

In Pakistan d’altro canto, le famiglie mantengono pregiudizi sull’Italia e sulla vita italiana. Ad  esempio, Afsar Khan, un negoziante che vive appena a sud di Islamabad, 15 anni fa non era stato contento di sapere che suo figlio aveva deciso di andare in Italia. I suoi clienti lo avvertirono che suo figlio Aslam si sarebbe rovinato con “il vino e le donne”.

Ad ogni modo, Afsar confessò che effettivamente nessuno di loro era mai stato in Italia e che le loro preoccupazioni si dimostrarono infondate. Aslam viene spesso in visita dall’Italia con la sua moglie pakistana ed i suoi due bambini. Con i suoi soldi ha aiutato i suoi genitori a comprare la casa dei loro sogni.

Ma ora che il nipote di Alsam è pronto a raggiungerlo in Italia, la famiglia ha nuove paure che derivano dalle preoccupanti informazioni dei media riguardo al trattamento di musulmani in Occidente, che vanno incontro ad una crescente discriminazione.

Malgrado i problemi esistenti sia in Pakistan che in Italia, la famiglia di Aslam continua a ritenere che la situazione potrebbe migliorare, se le persone di diverse culture fossero incoraggiate ad interagire. In mezzo agli stereotipi presenti da entrambe le parti, ci sono spesso esempi di coesistenza tra le due culture.

A Belluno, una città nella regione italiana del Veneto, i “confini” che separano le due comunità diventano più labili laddove le due culture si incontrano. L’essenza pakistana pervade la società attraverso i sapori speziati dei fast food, dei negozi di artigianato e dei call center.

“ I clienti mi pongono con interesse domande sul mio paese, e le donne adorano gli abiti di mia moglie”, dice Asad, un italiano di origini pakistane che vive a Belluno e possiede un ristorante chiamato Pak fast food. Diversamente da Zouk, che raramente si mescola con gli italiani, Asad non ha praticamente esperienze negative da condividere. Per lui l’integrazione è stata più semplice a Belluno, dove non c’è una forte comunità pakistana. Interagire con gli abitanti locali ha solo aiutato ad eliminare i pregiudizi.

Ejaz dice che la Costituzione italiana pone l’enfasi sull’integrazione culturale. Egli ha fondato una rivista in lingua Urdu chiamata Azad (che vuol dire “Libero”) per ridurre la distanza fra le due culture aiutando quegli immigrati che non conoscono l’italiano o hanno interazioni limitate con i locali a conoscere meglio il paese che li ospita e la sua cultura.

Anche Ejaz, un membro della Consulta islamica del Ministero degli Interni italiano, che lavora per la promozione della coesistenza e dell’armonia interreligiosa, sostiene che quando le persone di diverse culture non possono o non vogliono interagire le une con le altre, tendono a non riconoscere le cose che le accomunano e cominciano a credere che l’interazione possa minacciare la propria identità culturale. Al contrario, una volta che iniziano a mescolarsi socialmente, si rendono conto gradualmente che le loro paure erano in gran parte infondate.

Le storie della vita reale nei due paesi confermano che la paura di una cultura “aliena” è più forte quando le persone di culture diverse si guardano a distanza. Una riduzione di questa distanza porta anche ad una riduzione dei pregiudizi e ad una migliore comprensione gli uni degli altri.

Amer Farooq è un blogger di Islamabad, ed è Senior Editor di una rivista mensile;
Elisa di Benedetto è una giornalista e fotografa freelance italiana

Medarabnews.com