Ipazia, filosofa e martire vittima del fanatismo cristiano

La filosofa neoplatonica vissuta nel IV-V secolo: un simbolo della libertà in lotta col dogmatismo.

Secondo quanto riportato da Giamblico nella Vita pitagorica, diciassette furono le discepole di Pitagora, la più famosa della quali fu Thèano. Oltre a loro, abbiano notizie di altre filosofe che operarono all’interno della cultura ellenica, ad esempio la cirenaica Arete, la cinica Ipparchia, le platoniche Lastenia e Assiotea, l’epicurea Leonzia, le neoplatoniche Edesia e Ipazia.

Quest’ultima è generalmente considerata la maggiore pensatrice dell’antichità, la cui vicenda personale può per certi versi accostarsi a quella di Socrate, in quanto anche lei fu vittima innocente dei pregiudizi sociali e dell’intolleranza religiosa.

I neoplatonici non credevano nel Dio biblico e non accettavano la teoria creazionista cristiana, ma presupponevano l’esistenza di tre “ipostasi” – l’Uno, l’Intelletto e l’Anima – che discendevano per emanazioni successive l’una dall’altra.

Ponendo al livello più basso del processo di generazione della realtà la materia, intesa come non-essere, fonte del male e dell’illusione sensibile, il neoplatonismo riteneva che l’anima umana dovesse liberarsi dai condizionamenti corporali attraverso un percorso catartico e ascetico che conducesse all’estasi, cioè all’unione mentale e spirituale con l’Uno.

Il linciaggio cristiano di Ipazia – Vissuta tra il IV e il V secolo, Ipazia era figlia dello scienziato Teone di Alessandria e si occupò fin da giovane di matematica e astronomia, componendo varie opere, poi andate smarrite (tra cui il Commento all’Aritmetica di Diofanto, il Commento sulle Coniche di Apollonio e il Corpus astronomico). A lei sono state attribuite le invenzioni di alcuni importanti strumenti scientifici come l’aerometro, l’astrolabio e l’idroscopio. Recatasi per qualche tempo ad Atene, ella ebbe modo di approfondire le sue conoscenze intorno alla filosofia di Platone e di Aristotele e, al suo ritorno ad Alessandria, guidò per circa vent’anni la locale scuola neoplatonica, acquisendo fama e credito anche presso il prefetto romano Oreste, che in quel periodo entrò in contrasto con la comunità cristiana. Fu proprio un gruppo di cristiani fanatici nel 415 a uccidere brutalmente per strada la filosofa e a bruciarne il cadavere, sembra su istigazione di Cirillo, patriarca di Alessandria (noto per la sua intransigente polemica contro l’arianesimo), che la riteneva responsabile delle punizioni inferte da Oreste ad alcuni membri della comunità cristiana. Il suo assassinio scaturì, oltre che da motivazioni religiose, anche dai pregiudizi di chi non riteneva ammissibile che una donna potesse insegnare e addirittura dirigere una scuola filosofica. Tra i più noti discepoli di Ipazia ci fu Sinesio di Cirene, con il quale ella intrattenne una lunga corrispondenza epistolare, che si protrasse anche dopo che l’allievo si convertì al cristianesimo e divenne vescovo di Tolemaide nel 411. Le numerose lettere di Sinesio testimoniano che egli, anche quando aderì a una differente visione filosofica e religiosa, mantenne inalterate la stima e l’affetto che provava per la sua maestra, confrontandosi con lei su varie questioni teoriche, a riprova che non tutti i cristiani furono preconcettualmente avversi al neoplatonismo.

Le testimonianze storiche – Anche se di Ipazia non è rimasto alcuno scritto, ci sono pervenute su di lei parecchie testimonianze storiche. La filosofa alessandrina viene menzionata nella Suda (un’enciclopedia del X secolo che riporta i personaggi principali della cultura antica), e di lei ci hanno parlato, oltre a Sinesio, anche molti altri scrittori cristiani e pagani vissuti tra il V e il VII secolo. Pallada, poeta alessandrino, ne ha decantato le doti intellettuali in un epigramma: «Ipazia sacra, bellezza di parola, / pura stella della sapiente cultura». Damascio, ultimo direttore dell’Accademia platonica di Atene, ne ha descritto le capacità oratorie e la virtuosa condotta nella Vita di Isidoro: «Tale era Ipazia, così articolata ed eloquente nel parlare come prudente e civile nei suoi atti». Filostorgio, storico cristiano, l’ha elogiata nella Storia ecclesiastica, ritenendo che «ella divenne molto migliore del maestro, particolarmente nell’astronomia e che, infine, sia stata ella stessa maestra di molti nelle scienze matematiche». Il teologo Socrate Scolastico nella Storia ecclesiastica ne ha messo in luce le qualità, affermando che «era giunta a tanta cultura da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, da succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e da spiegare a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche». Al contrario, il vescovo Giovanni di Nikiu ha apostrofato con parole dispregiative la filosofa neoplatonica nella sua Cronaca, giungendo a sostenere che «si dedicò completamente alla magia, agli astrolabi e agli strumenti di musica e che ingannò molte persone con stratagemmi satanici».

 

La riscoperta nell’età moderna – Ipazia, dimenticata per tutto il Medioevo, venne riscoperta nel Rinascimento, come testimonia La scuola di Atene, il famoso dipinto di Raffaello Sanzio nel quale la filosofa è rappresentata con le sembianze di Francesco Maria della Rovere. Furono gli illuministi, comunque, a rivalutare maggiormente la figura della pensatrice alessandrina, che assurse nell’Età dei lumi a simbolo della libertà di espressione conculcata dal dogmatismo religioso. Il filosofo irlandese John Toland, nel saggio Ipazia del 1720, ne mise in rilievo le virtù fisiche e morali, definendola «una dama assai bella, assai virtuosa, assai istruita e perfetta sotto ogni riguardo, che venne fatta a pezzi dal clero di Alessandria». Voltaire ne parlò in modo lusinghiero nel saggio Questions sur l’Éncyclopédie del 1770 e lo storico inglese Edward Gibbon ne ricordò la tragica morte in Storia del declino e della caduta dell’Impero romano (1776-1789), stigmatizzando i suoi carnefici come «una folla di fanatici selvaggi e spietati» e asserendo che il suo assassinio «impresse un marchio indelebile sul carattere della religione di Cirillo d’Alessandria». In seguito, anche Vincenzo Monti la citò in alcuni versi della poesia Il fanatismo (1797): «La voce alzate, o secoli caduti, / Gridi l’Africa all’Asia e l’innocente / Ombra d’Ipazia il grido orrendo aiuti». Riferimenti alla filosofa alessandrina sono presenti, inoltre, anche nelle opere di Pascal, Fielding, Diderot, Chateaubriand, Leopardi e Proust.

Ipazia ai nostri tempi – Sebbene Ipazia sia menzionata poco nei manuali di storia della filosofia, di lei si è tornato a parlare molto nella cultura più recente, specialmente in quella italiana. Italo Calvino le ha intitolato uno dei fantastici centri urbani de Le città invisibili (Einaudi, 1972), Mario Luzi le ha dedicato un poemetto dal titolo Il libro di Ipazia (Rizzoli, 1978) e pure Umberto Eco ne ha ricordato la tragica fine in Baudolino (Bompiani, 2000), immaginando che una misteriosa setta di “donne-capre” ne abbia preservato nel tempo gli insegnamenti filosofici, in un remoto paese orientale. Nel 1993 Gemma Beretta ha pubblicato la monografia Ipazia d’Alessandria (Editori Riuniti), mentre nel 2006 è uscito il breve saggio di Franco Maria Montevecchi Ipazia e la scienza ellenistica (Editrice Sperimentale Reggina), in cui si sostiene una tesi molto interessante: la figura di Ipazia fu assunta surrettiziamente dalla martiriologia cristiana e la sua morte violenta «divenne il martirio di Santa Caterina d’Alessandria […] oggetto di devozione in tutto il Mediterraneo»! Ricordiamo, inoltre, che nel 2009 Antonino Colavito e Adriano Petta hanno dato alle stampe il romanzo Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo (La Lepre Edizioni) e che il regista spagnolo Alejandro Amenábar ha presentato al 62° Festival del cinema di Cannes il film Agora, incentrato sulla figura della pensatrice alessandrina, opera che proprio in questi giorni viene finalmente proiettata nelle sale cinematografiche italiane.

Una lodevole iniziativa dell’Unesco – Come ha giustamente scritto Margherita Hack, nella Prefazione del romanzo di Colavito e Petta, «Ipazia rappresenta il simbolo dell’amore per la verità, per la ragione, per la scienza, che aveva fatta grande la civiltà ellenica. Con il suo sacrificio comincia quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tenta di soffocare la ragione». E oggi, finalmente, si rende giustizia alla memoria di questa “martire della libertà”: l’Unesco, infatti, ha deciso di intitolare alla filosofa alessandrina un progetto internazionale finalizzato a incentivare lavori di ricerca scientifici gestiti da donne di tutte le nazionalità, anche per incrementare la partecipazione femminile alle attività che favoriscono il progresso scientifico. Speriamo che il progetto serva non soltanto a valorizzare la ricerca, ma anche ad accrescere la curiosità intorno a questa colta e coraggiosa filosofa neoplatonica, ingiustamente relegata per tanto tempo ai margini della storia della filosofia da un assurdo ostracismo.

Giuseppe Licandro – Lucidamente