Armi nucleari: i missili di Obama

Ci sono dei miti mediatici difficili da cancellare: uno di questi è che negli Usa i presidenti democratici siano tendenzialmente più pacifisti di quelli repubblicani. Questa opinione, divenuta un leit motiv per quanto riguarda John F. Kennedy, sembra destinata a investire anche la presidenza Obama: si dimentica però che fu proprio Kennedy ad autorizzare il fallimentare attacco della Baia dei Porci contro Cuba e a sviluppare l’impegno militare diretto degli Usa in Vietnam, attivando operazioni delle forze speciali americane.

Nel corso dell’aprile 2010, i grandi media hanno dato un certo spazio all’enfasi con cui l’amministrazione Obama ha presentato la sua politica nucleare, un tema molto attuale a causa della situazione mediorientale, prima con la pubblicazione del nuovo documento ufficiale 2010 Nuclear Posture Review Report del ministero della difesa, poi con il vertice sulla sicurezza nucleare svoltosi a Washington dal 12 al 13 aprile scorso, il più grande a livello internazionale nella capitale statunitense dopo quello voluto da Roosevelt nel 1945, che portò alla creazione dell’Onu (Roosevelt non poté prendervi parte, era morto pochi giorni prima dell’apertura).

Partendo dal presupposto della fine della “guerra fredda” e della nuova minaccia posta dal terrorismo internazionale, cui si attribuisce la capacità di impadronirsi di mini-arsenali nucleari e di altre armi di distruzione di massa (ricordiamo che fu questa la motivazione ufficiale dell’attacco contro l’Iraq), l’amministrazione Obama ha sottolineato la propria volontà di “ridurre il ruolo delle armi nucleari americane nell’ambito della strategia americana di sicurezza nazionale”.

Su queste basi ha elaborato il concetto di negative security assurance, vale a dire una sorta di garanzia secondo la quale “gli Stati Uniti non useranno la minaccia di impiegare armi nucleari contro Stati non-nucleari che aderiscono al Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (NPT) e che rispettino i loro impegni sulla non-proliferazione”.

Questa specifica dichiarazione ha suscitato la reazione preoccupata dell’Iran perché lascerebbe aperta una “finestra” all’impiego di un primo attacco preventivo nucleare (il cosiddetto first strike) contro Paesi che, pur non dotati di armamenti nucleari, siano accusati, come appunto lo è l’Iran, di non rispettare gli impegni derivanti dalla loro adesione all’NPT. Il fatto che si ammettano indirettamente attacchi atomici contro Paesi semplicemente nuclear capable, vale a dire in grado di acquisire armi nucleari anche se effettivamente ancora non ne dispongono, è sembrato a molti avallare la prospettiva israeliana, che giustifica in questo modo il suo diritto ad effettuare un attacco preventivo, anche nucleare, contro l’Iran.

Del resto, il rapporto di un super-esperto americano che da anni collabora con le amministrazioni americane, Antony H. Cordesman, pubblicato dal Center for Strategic and International Studies lo scorso marzo 2010, intitolato Options in Dealing with Iran’s Nuclear Program (Opzioni nell’affrontare il programma nucleare iraniano), estremamente dettagliato sul piano tecnico militare, espressamente ipotizza tra i diversi scenari anche quello di un attacco con missili a testata nucleare da parte di uno o più dei tre sottomarini israeliani di fabbricazione tedesca classe Dolphin, di cui dispone attualmente la marina dello Stato ebraico, uno dei quali almeno staziona oramai abitualmente nelle acque del Golfo Persico.

Ma le ambiguità della posizione americana non finiscono qui: il Pakistan, infatti, un altro paese strategicamente essenziale per gli equilibri del Medio Oriente allargato, sembra deciso ad implementare la propria produzione di armamenti nucleari, in quanto, dopo lo storico accordo concluso sotto la presidenza Bush in base al quale gli Usa hanno iniziato a fornire combustibili e tecnologia nucleari all’India, l’amministrazione Obama ha siglato in marzo un ulteriore accordo, grazie al quale l’India potrà ora costruire due nuovi impianti di trasformazione del plutonio, sia pure destinati ad energia civile, ma che, secondo le autorità pakistane, consentiranno agli indiani di destinare gli impianti più vecchi, liberati da questo compito, alla produzione di combustibile nucleare per uso militare.

Agli osservatori più smaliziati, poi, la posizione di Obama sulla strategia nucleare americana risulta ancora più ambigua per il fatto che comunque gli Stati Uniti riaffermano nel documento ufficiale del ministero della difesa il mantenimento della cosiddetta triade nucleare composta dall’arma aerea (76 bombardieri strategici B-52H e 18 bombardieri “invisibili” B-2 Stealth), da quella navale (14 sottomarini nucleari classe Ohio, dotato ognuno di 24 lanciatori) e da quella dei missili strategici (450 postazioni di missili intercontinentali Minuteman III, dotati di testate multiple).

Ma il documento del Pentagono rivela nelle sue ultime pagine il nocciolo del problema: la questione di fondo è quella di assicurare agli Stati Uniti una superiorità nei tempi di risposta in caso di crisi internazionale. Storicamente, infatti, non è il terrorismo ad avere infranto l’equilibrio del terrore stabilitosi con le armi nucleari: è la stessa fine della “guerra fredda” ad avere radicalmente mutato il quadro. Mentre prima, essendo Usa e Urss in grado di assicurarsi una “reciproca distruzione assicurata” (l’acronimo americano Mad significa anche “matto”), l’uso in attacco delle armi atomiche rappresentava una follia, attualmente l’indebolimento della Russia e l’ingresso di nuovi competitori nucleari, in primo luogo la Cina, disegnano un quadro in cui, pur in presenza di una superiorità assoluta sul piano militare, gli Usa hanno bisogno di risposte rapidissime in caso di crisi in qualsivoglia parte del mondo, per conservare la propria credibilità come super-potenza mondiale, intervenendo prima che la crisi richieda livelli più elevati di impegno.

Il generale dell’aviazione americana Kevin P. Chilton, direttore del Comando Strategico Usa, quello per intendersi che coordina il sistema missilistico nucleare americano, dichiara: “Oggi dobbiamo offrire al presidente delle opzioni convenzionali per colpire un obiettivo ovunque nel mondo in un arco di tempo che vada dalle 96 ore a 4, 5, 6”. Infatti 96 ore è il tempo minimo di dispiegamento garantito dalle unità navali americane, 48 da quelle aeree: occorre trovare qualcosa di ancora più veloce e onnipresente. Finora, solo i missili nucleari intercontinentali hanno una capacità di risposta così immediata contro qualsiasi obiettivo sulla faccia della terra. Per questo, oggi, non ci sono vie intermedie fra brandire l’arma nucleare ovvero ricorrere ai più lenti interventi convenzionali.

Invece, come ha dichiarato il cap. Terry J. Benedict, un ufficiale della Marina che dirige il programma per l’aggiornamento convenzionale dei missile Trident, oggi “la leadership nazionale ha bisogno di un livello intermedio [tra quello nucleare e quello convenzionale, N.d.R.] per agire come è necessario senza oltrepassare la soglia nucleare”.

Ecco quindi prendere forma una nuova impostazione strategica, sulla quale ci si dovrebbe cominciare ad interrogare seriamente in Europa dato che essa influenzerà sicuramente anche la nuova strategia della Nato, la cui elaborazione finale è prevista per l’autunno 2010. Facendo perno sulla superiorità che gli Usa hanno acquisito nell’uso militare dello spazio e nei sistemi elettronici di controllo del campo di battaglia a partire dalla prima Guerra del Golfo (1991), i militari americani hanno proposto all’amministrazione Obama, che l’ha fatta sua, la soluzione chiamata Global Prompt Strike (Attacco Immediato Globale), ovvero una tecnologia convenzionale in grado di colpire in un’ora o poco più qualsiasi obiettivo sul pianeta.

Ricordando l’episodio del 1998, quando i missili Cruise statunitensi, che viaggiano a 800 km/h, impiegarono due ore per raggiungere il bersaglio dove, secondo la vulgata storica, doveva trovarsi Bin Laden, dandogli il tempo per sfuggire, gli strateghi Usa pensano oggi a missili cosiddetti iper-sonici, cioè che viaggiano a una velocità da 5 a 10 volte la velocità del suono (da 5.700 a oltre 11.000 km/h), in modo da poter raggiungere qualsiasi bersaglio sulla faccia della terra in un’ora. Restando nell’atmosfera, senza raggiungere lo spazio come accade con i missili balistici, questi tipi di arma sarebbero anche assai più manovrabili e quindi molto più difficili da intercettare.

Così una rivista specializzata descrive cosa succederebbe al rientro del missile: “La testata bellica, riempita di barre scanalate di tungsteno con una resistenza doppia dell’acciaio, viaggia a 13.000 miglia/ora (circa 32.000 km/h). Giunta al di sopra del bersaglio, la testata bellica esplode, disseminando sull’area una pioggia di migliaia di barre, ognuna delle quali dodici volte più distruttiva di una pallottola calibro 12. Nel raggio di 300 metri quadrati di questa turbinante tempesta di metallo, qualsiasi cosa è annientata”.

La Casa Bianca ha chiesto 250 milioni di dollari per la messa a punto di questo sistema, il cui progetto è affidato al già ricordato gen. Chilton: inizialmente, il GPS potrebbe essere basato sulla costa occidentale degli Usa, probabilmente alla base Vandenberg dell’Usaf, e potrebbe cominciare ad essere attivo nel 2014-15, per entrare a pieno regime tra il 2017 ed il 2020.

Come ha già rilevato il New York Times, quest’arma sarebbe ideale per “distruggere un sito nucleare iraniano senza superare la soglia nucleare”, ma al tempo stesso mantiene l’ambiguità di fondo: chi potrebbe prevedere quale sia il bersaglio effettivo di un ordigno così rapido e manovrabile? E soprattutto, chi potrebbe assicurare che un missile così veloce e preciso nel colpire il bersaglio non porti una testata nucleare, sia pure nei limiti del nuovo trattato Start invocato da Obama, invece di una convenzionale? Non a torto, nel 2006, il presidente Putin, in un suo discorso alla nazione, dichiarava: “Il lancio di un missile di questo tipo potrebbe provocare una risposta inappropriata da parte di una potenza nucleare, potrebbe provocare un contrattacco su larga scala con l’utilizzo di forze strategiche nucleari”.

Ma per il presidente russo, come per tutti gli altri leader internazionali preoccupati dall’iniziativa americana, potrebbe tuttavia sempre valere la risposta che su questo argomento diede in una conferenza stampa l’allora ministro della difesa Donald Rumsfeld: “Chiunque sulla faccia della terra potrà sapere se il missile era convenzionale o no nel giro di 30 min.

G. Tuscin – Clarissa