Fiume Volturno, il censimento del degrado nelle terre della camorra

Lastre di temibile eternit abbandonate alle intemperie, micro discariche di rifiuti, carcasse di bufali, impianti da pesca professionale — le «bilance» — la cui installazione richiederebbe autorizzazioni e permessi, alberi tagliati in prossimità degli argini. Ancora: scarichi di liquami e di altre sostanze inquinanti in acqua; laghetti artificiali con capanni da caccia e stampi per attirare le anatre, utilizzati dai bracconieri; carcasse di auto carbonizzate.

È il Volturno ammalato, deturpato, umiliato, così come è apparso ai 150 volontari del Wwf i quali, domenica 2 maggio, hanno fotografato ed annotato tutto quel che hanno visto lungo un centinaio di chilometri, da Capua fino a Castel Volturno. Hanno passato al setaccio metro per metro le sponde e l’habitat fluviale, nell’ambito della campagna nazionale «Liberafiumi 2010» promossa dall’associazione ambientalista. Accanto agli scempi, però, gli attivisti del Panda hanno ammirato anche un corso d’acqua che, quasi miracolosamente, offre ancora spazi di natura o di paesaggio antropizzato: aree agricole ben tenute, aironi come le nitticore e le garzette, i rari falchi cuculi in picchiata.

A sinistra della foce, in prossimità dell’oasi dei Variconi, una bella sorpresa: la lenta e interessante ripresa della vegetazione delle dune. Quella che prima della speculazione selvaggia caratterizzava gran parte del litorale casertano: camomilla e ruchetta di mare; la silene colorata, fiore di un bel colore rosa; l’erba medica marina; una bellissima specie di orchidea palustre; qualche dafne sericea. Una macchia mediterranea di incantevole bellezza. Poco lontano, però, in stridente contrsato, altri rifiuti trascinati dal fiume: bottiglie di plastica, polistirolo, ogni sorta di immondizia. Un Volturno a due facce, insomma, lungo il corso del quale si alternano zone che conservano un buon grado di biodiversità ed un ambiente in discreto stato di conservazione ad altre di ampio e diffuso degrado.

Le prime sono in prevalenza aree difficilmente accessibili. «Durante il monitoraggio— racconta Giovanni La Magna, assistente regionale del Wwf, uno dei promotori della giornata— c’è stato anche l’avvistamento di una nutria. È un roditore originario del Sud America che è stato introdotto per errore nel fiume ed è proliferato in maniera incontrollata. Ha occupato la nicchia ecologica che un tempo apparteneva alla lontra». Il volontario che ha segnalato l’avvistamento credeva appunto di avere scorto una lontra. Sarebbe stata una splendida sorpresa, perché l’ultimo di questi mammiferi, che in Campania popolano anche il Sele, fu scorto nel Volturno alla fine degli anni venti del secolo scorso. «La nutria invece», dice La Magna, «ha invaso i nostri fiumi, causando danni alla fauna locale ed all’ecosistema, da alcuni anni». Inquinamento zoologico, lo definiscono gli esperti.

Proprio come quello provocato dal pesce siluro, un’altra specie di origine americana che è stata introdotta improvvidamente nel Volturno e in altri corsi d’acqua, a cominciare dal Po, dove ha soppiantato pesci che da secoli facevano parte dell’ecosistema locale. «Un altro grave problema che è emerso dall’indagine sul campo», riferisce Alessandro Gatto, il presidente del Wwf campano, «è la dissennata cementificazione delle sponde. Più ci si avvicina alla foce, meno gli argini sono lasciati alla natura. Compaiono gradoni di cemento, briglie, tra l’altro in pessimo stato di conservazione». Proprio la cementificazione degli argini, ricordano ormai da tempo ambientalisti ed esperti, impedendo il naturale deflusso delle acque durante le fasi di piena, concorre a determinare esondazioni particolarmente violente e disastrose, spesso sfociate in tragedie che hanno registrato decine di morti.

I risultati del censimento e del monitoraggio realizzato dagli attivisti del Panda saranno presentati pubblicamente il 23 maggio, in occasione della giornata nazionale delle oasi. Saranno inoltre inviati in un dossier ai carabinieri e alla Procura di Santa Maria Capua Vetere. «Mi auguro che per il Volturno la giornata del 2 maggio possa rappresentare la svolta, l’inizio di una vera riqualificazione», conclude Gatto. Oltre al fiume campano, gli attivisti hanno censito: Adda (Lombardia), Piave (Veneto) Savio, Taro e Po di Primaro (Emilia Romagna), Arzino e Tagliamento (Friuli Venezia Giulia), Magra (Liguria), Arno (Toscana), Alto Tevere (Umbria), Tevere, Aniene, Melfa (Lazio), Sangro, Sagittario, Aterno e Pescara (Abruzzo), Biferno (Molise), Ofanto (Puglia), Agri (Basilicata), Angitola (Calabria), Oreto e Foci della Sicilia Sud Orientale (Simeto, Ciane – Anapo, Irminio, Ippari) (Sicilia), Rio Mannu (Sardegna).

Andrea Agapito Ludovici, responsabile del Programma acque del Wwf Italia e della Campagna Liberafiumi, traccia un primo bilancio: «Hanno partecipato oltre 6000 volontari. I primi risultati confermano purtroppo i nostri timori sullo stato di salute dei fiumi italiani. Gli sforzi per difenderli devono perciò essere attuati al più presto. Occorre innanzitutto che ci sia una gestione unitaria di ciascun corso d’acqua».

Fabrizio Geremicca – Caiazzorinasce.com