La conferenza per il Trattato di non Proliferazione nucleare e la crisi in Iran

La conferenza per la revisione quinquennale del Trattato di Non Proliferazione nucleare (NPT), apertasi lunedì a New York, cade in un momento estremamente delicato dell’evoluzione della crisi nucleare iraniana, mentre gli Stati Uniti stanno cercando di raccogliere il consenso internazionale necessario per imporre nuove sanzioni all’Iran.

La conferenza, che si protrarrà fino al 28 maggio, ha il difficile compito di consolidare le scricchiolanti fondamenta del Trattato, dopo che il precedente incontro del 2005 si era risolto in un fallimento, senza l’emissione di un documento conclusivo.

A giudicare dal duello a distanza a cui si è assistito nella giornata di apertura fra il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e il segretario di stato americano Hillary Clinton, il compito sarà tutt’altro che facile.

Lo scontro verbale (consumatosi in due momenti diversi) fra questi due alti rappresentanti di Teheran e di Washington in realtà è espressione di un conflitto molto meno unidimensionale di quanto non lascino intendere i mezzi di informazione occidentali. Quello a cui abbiamo assistito, infatti, non è un duello che vede il mondo intero schierato contro l’Iran.

Se è vero che Washington e Teheran sembrano essere i due protagonisti principali, è altrettanto vero che il regime iraniano cerca di ergersi a rappresentante di tutti quei paesi che non rientrano nel novero delle grandi potenze, e che non sono strettamente legati ad esse.

Nell’ambito del Trattato di Non Proliferazione, Teheran – come ha ampiamente dimostrato il discorso di Ahmadinejad – cerca di atteggiarsi a portavoce di tutti quei paesi che non sono in possesso di armi nucleari, contro coloro che invece le possiedono.

Questo tipo di contrapposizione si era già ripetuto in passato in occasione di altre conferenze dell’NPT, ed aveva portato al fallimento della conferenza del 2005. Negli anni successivi, le cose erano ulteriormente peggiorate, mettendo ancora più in crisi il Trattato .

Nel 2006, la Corea del Nord aveva testato la sua prima bomba atomica. Nel dicembre dello stesso anno, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva approvato la prima risoluzione che imponeva sanzioni internazionali contro l’Iran. Altre due risoluzioni sarebbero state approvate nel 2007 e nel 2008.

Infine, nel 2009 l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) aveva pubblicato un rapporto in cui si affermava che l’Iran non aveva fornito garanzie sufficienti ad escludere la possibilità che il suo programma nucleare avesse anche una dimensione militare. Dal canto suo, Teheran ha sempre negato di voler utilizzare l’energia nucleare a scopi bellici.

Ma le crisi legate all’Iran e alla Corea del Nord non sono state le uniche a far temere un imminente crollo dell’NPT. Gli Stati Uniti, ad esempio, non hanno ancora ratificato il Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty (CTBT), che mette al bando le esplosioni nucleari per esperimenti militari o civili. In generale, nessuna delle cinque potenze nucleari che aderiscono al trattato (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia) si è conformata all’articolo VI, che prevede lo smantellamento dei loro arsenali atomici.

Uno dei principi fondamentali dell’NPT stabilisce infatti che i paesi non nucleari aderenti al Trattato rinuncino all’acquisizione di armi atomiche a fronte di un progressivo disarmo nucleare dei cinque paesi a cui l’NPT inizialmente riconosce il diritto di possedere tali armi.

Tuttavia, il Trattato di Non Proliferazione ha ormai quarant’anni di vita, ed ancora oggi gli Stati Uniti possiedono 5.113 testate nucleari funzionanti – come ha ufficialmente rivelato l’amministrazione Obama proprio in coincidenza con la conferenza attualmente in corso all’ONU. Altre potenze, come ad esempio la Francia, hanno fatto capire di non essere disposte a rinunciare al proprio arsenale atomico.

In assenza del disarmo delle potenze nucleari, viene a cadere un pilastro fondamentale dell’NPT, ed acquistano forza rivendicazioni come quelle avanzate dall’Iran. Le richieste occidentali di adottare misure più restrittive per impedire la proliferazione – come ad esempio l’adozione di un “protocollo aggiuntivo” che renda più severe le ispezioni, e l’applicazione di misure punitive per quei paesi che volessero avvalersi dell’articolo X dell’NPT (che permette di ritirarsi dal Trattato) – vengono viste dai paesi non nucleari come misure ingiustamente penalizzanti nei loro confronti, visto che i paesi nucleari non ottemperano ai loro obblighi.

Vi sono poi nel mondo altre tre potenze nucleari che non hanno mai aderito all’NPT: Israele, India e Pakistan. Nessuno di questi paesi è mai andato incontro a serie conseguenze per il fatto di essersi rifiutato di sottoscrivere il Trattato. Anzi – come hanno fatto osservare ripetutamente molti paesi arabi – Israele ha sempre goduto del sostegno militare e finanziario americano. Anche l’India ha goduto di un trattamento di favore da parte di Washington, che ha firmato con Nuova Delhi un accordo di cooperazione nucleare civile nel 2008, grazie al quale l’India può importare tecnologie e combustibile nucleare che gli stessi paesi firmatari dell’NPT spesso non possono acquisire.

Dal canto suo il Pakistan ha cercato di controbilanciare quello che percepisce come un atteggiamento parziale da parte americana a favore dell’India, cercando l’aiuto della Cina. E’ di pochi giorni fa la notizia che compagnie cinesi costruiranno due reattori da 650 megawatt nella provincia pakistana del Punjab. Anche in questo caso, dunque, il Pakistan può godere di una cooperazione che spesso è preclusa a coloro che aderiscono all’NPT.

E’ evidente che questi squilibri e queste disparità di trattamento suscitano il risentimento e l’irritazione di diversi paesi a livello mondiale. La Turchia e l’Egitto sembrano pronti a rinnovare alla conferenza dell’ONU in corso a New York la loro richiesta di un Medio Oriente privo di armi di distruzione di massa, chiedendo che Israele denunci pubblicamente il proprio programma nucleare e aderisca all’NPT. Il Movimento dei Paesi Non Allineati, di cui l’Egitto ha attualmente la presidenza, oltre a far propria tale richiesta (pur senza nominare direttamente Israele), ha chiesto passi concreti verso il disarmo da parte delle cinque potenze nucleari firmatarie del Trattato.

Queste richieste sono appoggiate in particolare dal Brasile, che inoltre si è detto contrario all’imposizione di sanzioni all’Iran. Il Brasile stesso ha un proprio contenzioso con l’AIEA avendo rifiutato agli ispettori internazionali l’accesso a un suo impianto per l’arricchimento dell’uranio.

Nonostante i piccoli passi avanti in direzione del disarmo compiuti dal presidente americano Barack Obama, come il nuovo trattato START (Strategic Arms Reduction Treaty) firmato ad aprile con la Russia, la posizione americana non appare sufficientemente forte da spingere la conferenza di revisione dell’NPT verso un esito positivo. L’amministrazione americana è consapevole che la conferenza difficilmente riuscirà a produrre risultati concreti, perché le decisioni devono essere prese all’unanimità. E, come abbiamo visto, non è solo l’Iran che potrebbe porre il veto all’adozione di alcune misure.

La Casa Bianca prevede dunque di agire al di fuori della conferenza dell’NPT per esercitare pressioni sull’Iran. Essa sta cercando di raccogliere il consenso internazionale necessario per una risoluzione dell’ONU che imponga nuove sanzioni contro il regime iraniano.

Tuttavia, alle controversie esistenti tra i paesi firmatari dell’NPT corrispondono analoghe divergenze di fronte all’eventualità di imporre nuove sanzioni contro Teheran. Al di fuori dell’Occidente, sono numerosi i paesi che si oppongono a questa ipotesi, e che ritengono che la via del negoziato non sia stata percorsa fino in fondo.

Il diverso approccio dei paesi non occidentali nei confronti della questione iraniana è confermato, fra l’altro, dall’episodio verificatosi lunedì all’ONU durante il discorso tenuto dal presidente iraniano: a seguito di alcune affermazioni di Ahmadinejad (nello specifico egli chiedeva lo smantellamento delle armi nucleari americane dispiegate nei paesi europei), i rappresentanti di una decina di paesi (fra cui Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Nuova Zelanda) sono usciti dalla sala in segno di protesta. Ma le altre delegazioni sono rimaste. E bisogna ricordare che l’NPT conta 189 membri. Ciò non significa che tutte le altre delegazioni condividano la condotta di Teheran, ma evidentemente non ritenevano le dichiarazioni del presidente iraniano così scandalose

Tra le grandi potenze, è noto che Russia e Cina appaiono alquanto riluttanti ad adottare una linea più intransigente nei confronti del regime iraniano, nonostante il recente slittamento del Cremlino verso posizioni di maggiore fermezza. Teheran sa che, fra Mosca e Pechino, è certamente su quest’ultima che può fare maggiore affidamento . Tra iraniani e russi continua a sussistere un’atavica diffidenza, e in alcuni casi vi sono anche motivi di competizione, come ad esempio nella regione del Caspio.

Mentre fra la Cina e l’Iran sussistono legami ed interessi economici condivisi che sono divenuti sempre più stretti negli ultimi anni, il rapporto che lega Mosca a Teheran non può certamente essere definito una partnership strategica. Esso è incentrato piuttosto su una comunanza di interessi geopolitici: mantenere la stabilità in Asia centrale e nel Caucaso.

In effetti, a guidare Mosca è soprattutto la paura delle conseguenze che un eventuale conflitto con l’Iran avrebbe per la Russia, specialmente in termini di una possibile destabilizzazione del Caucaso.

Invece Pechino teme in particolare i potenziali danni economici che potrebbero derivarle da un eventuale inasprimento della crisi iraniana. L’Iran rappresenta infatti per la Cina un importante partner commerciale e un fornitore di energia difficilmente sostituibile.

Altri paesi prediligono l’approccio negoziale con Teheran, e si sono proposti come possibili mediatori. A fianco del già citato Brasile vi è ad esempio la Turchia che, come la Cina, ha con l’Iran importanti legami energetici e commerciali, e, come la Russia, teme l’effetto destabilizzante di un’eventuale guerra contro l’Iran.

Nessuno di questi paesi vuole un Iran dotato di armi nucleari, ma ciascuno di essi teme i rischi connessi a un possibile conflitto militare. Tali paesi invocano invece, con diverse sfumature, un dialogo a tutto campo con Teheran, che da un lato chieda conto al regime iraniano del suo programma nucleare e delle sue ingerenze negli affari interni di altri paesi (Iraq, Libano, Palestina, ecc.), ma dall’altro riconosca lo status regionale dell’Iran e soprattutto gli fornisca le garanzie di sicurezza che chiede, escludendo sia la possibilità di un cambio di regime imposto dall’esterno sia l’eventualità di un attacco militare (ad esempio da parte di Israele).

Al contrario di un dialogo a tutto campo, che fornendo garanzie al regime di Teheran potrebbe spingerlo a desistere dal tentativo di acquisire armi nucleari, le sanzioni sono destinate a fallire – come ritengono, fra l’altro, numerosissimi osservatori.

Il loro probabile fallimento sarebbe la conseguenza sia della caparbietà del regime iraniano – che di fronte all’adozione di misure punitive (inevitabilmente accompagnate dalla minaccia di un intervento militare, qualora tali misure non dovessero funzionare) sarebbe spinto forse in misura ancora maggiore a portare avanti lo sviluppo di un programma nucleare militare – sia dell’inefficacia delle sanzioni stesse.

I paesi che abbiamo citato sopra non sono infatti gli unici ad essere contrari a un embargo economico nei confronti dell’Iran. Anche India e Pakistan sono apparsi fino a questo momento riluttanti ad imporre nuove sanzioni. Ad essi bisogna aggiungere gli Emirati Arabi Uniti, che hanno sempre avuto strettissimi rapporti economici con l’Iran, e attraverso i quali quest’ultimo aggira già oggi gran parte delle restrizioni impostegli a livello internazionale. E’ evidente che, con un numero così alto di paesi contrari a sanzioni dure, e soprattutto con molti paesi confinanti scarsamente disposti ad applicarle, esse non avrebbero probabilmente l’effetto desiderato.

E’ altresì ovvio che, qualora l’Iran dovesse adottare un atteggiamento ancora più intransigente e puntare apertamente alla fabbricazione di armi nucleari, le posizioni di paesi come Russia e Cina cambierebbero. Ma l’Iran ne è consapevole, e potrebbe anche astenersi dal produrre una bomba atomica pur avendone acquisito la capacità (cosa che ad ogni modo gli garantirebbe una buona capacità di “deterrenza” poiché gli permetterebbe di fabbricare rapidamente una testata nucleare qualora si sentisse particolarmente minacciato).

Dunque, se da un lato la via diplomatica potrebbe scongiurare l’eventualità di un Iran in possesso di armi nucleari, dall’altro la via delle sanzioni sembra destinata a produrre due possibili scenari, entrambi poco desiderabili: un Iran nucleare, o un conflitto che potrebbe acquistare una dimensione regionale con delle conseguenze imprevedibili.

Laddove l’Occidente tende a ingigantire la minaccia militare rappresentata dal regime iraniano (sia quella attuale sia quella che Teheran potrebbe rappresentare qualora effettivamente dovesse entrare in possesso di armi nucleari) e a sottovalutarne il carattere pragmatico, diversi paesi della regione sembrano invece molto più preoccupati dalle conseguenze di un’eventuale scomparsa dell’orizzonte negoziale.

Obama ufficialmente continua a portare avanti un doppio approccio, basato sia sulla diplomazia che sulle sanzioni. Il problema è che la gamba della diplomazia appare zoppa, e che gli orientamenti che sembrano prevalere dietro le quinte dell’amministrazione americana puntano ineluttabilmente verso il braccio di ferro con Teheran.

Medarabnews