Iran, tensione ideologica al centro dell’ Islam

L’attuale situazione in Iran è sia il risultato che la reazione ad una complessa combinazione di repressione socio-politica e corruzione economica. Ma essa si esprime attraverso una gamma di discorsi differenti – nazionalisti e di sinistra, certamente – ma in maniera ancor più significativa tramite discorsi islamici che leggono la rivolta come una lotta tra un Islam di potere, rappresentato dal regime al governo in Iran, e un Islam di libertà, rappresentato dai molti pensatori musulmani che vi si oppongono.

Questa tensione ha radici teologiche e filosofiche che affondano nei secoli, in particolar modo attraverso i dibattiti sul significato di tawhid (la dottrina dell’unicità di Dio (N.d.T.) ). L’interpretazione di questo concetto teologico è una distinzione cruciale tra il sistema dell’Islam “fondato sul potere” e quello dell’Islam “fondato sulla libertà”. Nell’Islam fondato sul potere, il tawhid esprime una convinzione monoteistica nella quale Dio è considerato un essere onnipotente che instaura una relazione di tipo padrone-servo con i credenti. La paura è l’elemento caratterizzante di questa fede, che collega il più potente al più debole in un rapporto di obbedienza. In questo sistema le persone non hanno “diritti”; tutto ciò che esiste è il loro “dovere”. In questa accezione di tawhid, i credenti sono quindi intesi come creature guidate dal dovere, che possono giungere alle porte del paradiso solo obbedendo alle autorità religiose – le uniche ritenute capaci di decifrare la parola di Dio – e compiendo i propri doveri nel modo in cui è stato stabilito da queste autorità.

In Iran, questa scuola di pensiero, nella sua forma più radicale, è rappresentata dall’Ayatollah Misbah Yazdi, che rappresenta il potere ideologico che sta dietro il governo di Ahmadinejad. Nel suo ultimo libro, “Guerra e Jihad nel Corano”, egli definisce gli esseri umani in termini hobbesiani come creature che sono per natura violente e spietate. Secondo la sua visione, tale violenza è sottoscritta da un Dio che è stato egli stesso preso tra due forze ineludibili: la sua creatività intrinseca, da una parte, e la creazione della natura, comprese le creature malvagie, dall’altra. Secondo Yazdi, Dio era consapevole delle tendenze distruttive insite nelle persone ma non ha avuto altra scelta che crearle. La sua creazione brutale doveva quindi essere controllata per consentire alla vita di continuare; ecco perché Yazdi ha sviluppato la dottrina del harekate qasri, che afferma che forza e violenza devono essere usate per condurre le persone sulla retta via. Questa dottrina coincide con la strategia di Khamenei di imporre la sottomissione attraverso la paura, il metodo che ora è impiegato apertamente e sistematicamente per annientare il Movimento Verde.

Questo discorso è stato tuttavia messo in dubbio da molti altri pensatori musulmani, compreso Mehdi Bazargan (che fu primo ministro nel 1979), Mohammed Shabestari, Abdol Karim Soroush, e il Grande Ayatollah Montazeri negli ultimi anni della sua vita. La sfida più sistematica è venuta da Abol-hassan Banisadr (presidente iraniano nel 1980-81). Secondo Banisadr, il significato originario del termine è stato rimpiazzato dal suo esatto contrario attraverso una serie di elaborazioni storiche, teologiche e filosofiche. In diversi lavori, ma in particolar modo in “Libero intelletto”, egli definisce il tawhid come l’assenza di ogni potere nei rapporti tra Dio e gli esseri umani, tra persone e persone e tra persone e ambiente. Egli sostiene che questo significato del tawhid è chiaramente discernibile nel Corano, che stabilisce esplicitamente che Dio ha offerto la sua guida a tutte le persone indipendentemente dal loro essere credenti o non credenti.

Secondo questo schema, il tawhid non riguarda lo sviluppo di una relazione padrone-servo con Dio, bensì l’essere liberati attraverso una relazione con Dio. Il tawhid libera dai rapporti che limitano e imprigionano. Il concetto quindi fornisce alla gente un principio guida che è compatibile con la loro indipendenza e libertà. Non è difficile vedere quanto ciò sia importante per la creazione di una cultura democratica e aperta alla partecipazione politica, e di uno stato organizzato che metta nelle condizioni di poter esercitare le libertà individuali e sociali – e di conseguenza per una giustizia sociale. Nell’Iran contemporaneo, soprattutto nel movimento di opposizione, noi stiamo assistendo a una battaglia per il riconoscimento di questa possibilità attraverso l’espressione di un’interpretazione dell’Islam basata sulla libertà, contro un’interpretazione basata sul potere che giustifica il controllo dello stato e della società attraverso la forza.

Questa lotta non è un fenomeno nuovo. Il modello basato sulla libertà è emerso in passato, anche in risposta alla brutalità e alla corruzione di una religione messa al servizio dello stato. Esso si è sviluppato in una forma meno elaborata durante la Rivoluzione del 1979; all’epoca, a Khomeini non rimase altra possibilità che aderirvi così da mantenere la sua posizione politica. Questo modello era presente anche nella prima bozza della Costituzione iraniana. Poco dopo la Rivoluzione, tuttavia, Khomeini si allontanò da questo impegno assunto a parole. In realtà, 30 mesi dopo, col pretesto della legittimità, egli orchestrò un colpo di stato contro il presidente del paese democraticamente eletto il quale chiedeva che Khomeini rispettasse i suoi impegni. Ma in questo breve periodo il genio era uscito dalla lampada; il discorso dell’Islam fondato sul potere prese il sopravvento.

Da allora, i principi di libertà che avevano inizialmente ispirato la Rivoluzione del 1979 sono rimasti fonti di ispirazione per molti dei pensatori che ora compongono la base intellettuale del Movimento Verde. Questo Movimento può quindi essere inteso come la diffusione di un’interpretazione dell’Islam che ha alimentato l’incompiuta Rivoluzione del 1979 e che ora sta seriamente, anche se non ancora con pieno successo, mettendo in discussione l’autoritarismo islamico. Se tuttavia esso dovesse riuscire, potrebbe gettare le basi per lo sviluppo di un movimento di liberazione nei paesi islamici e tra le comunità islamiche in Occidente.

Mahmood Delkhasteh è un editorialista e ricercatore indipendente; ha insegnato all’ American University—Central Asia (in Kirghizistan) e alla Kingston University (in Gran Bretagna); attualmente sta lavorando a un nuovo libro basato sulla sua tesi di dottorato, “Islamic Discourses of Power and Freedom in the Iranian Revolution, 1979-81”

Traduzione a cura di Medarabnews