Piccola riflessione su Frank Capra, spunto interpretativo da un lavoro di Vito Zagarrio


Frank Capra non si è mai sentito italiano, Frank Capra è sempre stato americano.
Anno zero degli eventi di una persona è quella scintilla che accende i nostri animi da piccoli. Un ricordo, brutto o bello che sia, segna la nascita della nostra evoluzione. Fermi nella nostra memoria quei ricordi si amplificano come se fossero le prime cose che abbiamo vissuto, fermi nella nostra storia quei ricordi diventano i primi.
Il primo ricordo di Frank Capra è un transatlantico che salpava da casa sua, dal ghetto siciliano di Biascquino, per ritrovarsi nel paese il cui simbolo è quella grossa statua in mezzo al mare con in mano una fiaccola, la libertà. Frank Capra non si è mai sentito italiano, Frank Capra è sempre stato americano.
Dimostrazione di tutti questi bei aforismi sono una serie inestricabili di citazioni che l’autore di quest’opera, citata nel titolo, si “diverte” a compilare. Vediamo così che negli spunti interprativi della commedia di oggi ci ritroviamo a parlare di film che guardano a Capra come un esempio.
Citerò l’esempio di Mr. Hula Hoop, favola dei fratelli Coehn che nasce da un meccanismo a incastro dovuto al tentato suicidio di un Tim Robbins protagonista o le avventure alla ricerca della felicità è proprio il caso di dirlo di Will Smith e il suo figlio naturale in “La ricerca della felicità” appunto. Storie diverse che collimano però in un perfetto stile Capra sia nei concetti che nelle idee.
Citativi e acclamativi questi però si riducono all’incipit senza tralasciare che “Frank Capra, Il cinema americano tra sogno e incubo” di Vito Zagarrio parla di ben altro.
L’autore si concentra sul primo Capra, sul mistero che di quest’uomo rintraccia le vie più nascoste. Il regista americano a più riprese visto solo ed esclusivamente come l’autore dell’happy family viene visto da un altro punto di vista, tramite quello che Zagarrio chiama sottofinale tragico. Davanti a una facciata volutamente “buonista”, forse a volte anche imposta dall’alto, si cela la vita contemporanea, l’ossessione del suicidio, quella stessa vita che in un titolo della maturità era definita meravigliosa ma che poi tanto meravigliosa non era.
Da questo parte il titolo di un capitolo del libro di Zagarrio, forse il più significativo: “Un altro Capra. Necessità di una controlettura”. Aprendo con un paragrafo chiamato appunto “La vita (non) è meravigliosa”. Preferirei in questo istante sottrarmi da scomodi commenti e citare direttamente una porzione che rilevo assai significativa: “L’ idea centrale di questo libro, dunque, è che l’autore di “It’s a Wonderful Life”, il massimo confezionatore di storie a lieto fine, è invece un fotografo- magari inconscio- di vaste contraddizioni sociali e di conflittualità che contrastano con il messaggio apparente dei suoi film”. Arrivando perfino a dire che: “Si è autorizzati a leggere Capra, se non come autore “trasgressivo”, certo come “radiografo” di un’America tragica, si può percepire una visione pessimistica della vita che ha alla base l’emigrazione, la miseria, la lotta di classe, la violenza sociale, insomma tutte le contraddizioni del sogno americano.”
Nulla meglio di queste parole può autorizzarci, appunto, a capire qualcosa di più profondo sull’ “Altro” Capra. Stigmatizzando dogmi inutili e superflui, abbiamo ora una visione più sincera di quello che è stato uno dei registi più sottovalutati e accantonati della storia americana. Senza volere scendere ovviamente in questa occasione al lato di paragoni, è risaputo come la carriera del regista si sia affacciata difficilmente al palcoscenico degli Autori, ma questo è un altro discorso.
Senza entrare nel merito di altre riflessioni mi permetto di onorare un lavoro filologico di ricostruzione concettuale di un autore e per di più di un suo periodo contrastante e sconosciuto. Con quel rischio, dichiarato, che la critica deve prendersi come pegno del suo mestiere. Rischiando i fischi ma anche prendendo, come in questo caso, i meritati applausi.

Matteo Fantozzi