Robin Hood, Russel Crowe: un gladiatore nella foresta di Sherwood

Esce in sala Robin Hood, il kolossal di Ridley Scott che mercoledì ha aperto il festival di Cannes. Operazione-replica commerciale del precedente film campione d’incassi del regista.

Robin Hood, colui che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Proprio a una parafrasi di questa tradizionale connotazione dell’eroe fa pensare l’ultimo film di Ridley Scott. Anche se sarebbe più elegante e corretto dire “prendere in prestito” che rubare. L’ arciere infallibile e la sua ciurma sono ricollocati in una cornice inedita, quella del kolossal, con riferimento particolare alla fiera resistenza dei baroni del nord dell’Inghilterra contro l’invasione francese e la dabbenaggine e le vessazioni del nuovo re Giovanni. In questo turbinio di eventi storici, gestiti e resi alla perfezione, svetta il condottiero Robin, forte di una tosta carriera alle crociate e improvvisamente illuminato su un passato da predestinato.

Il colpo di mano del navigato Scott è questo: si dà per scontato il precipitato della leggenda rappresentato al cinema, confidando nella conoscenza pressoché universale degli ultimi cinquant’anni di rivisitazioni: da Kevin Costner che si cala dagli alberi aggrappato a una fune sullo sfondo dei vocalizi di Bryan Adams, fino al disneyano “Urka urka tirulero oggi splende il sol”. Riconosciuti determinati “topos” come immancabili, essi vengono rielaborati e rimodellati a misura: Little John viene affiancato da due compari non meno maneschi e stralunati, Re Giovanni e lo sceriffo di Nottingham sono pessimi e venati di una gratuita caricaturalità (altrimenti i fan della Disney si potrebbero smarrire), i ragazzi del villaggio diventano inquietanti e silenziosi abitatori del bosco stile “Il signore delle mosche”. Tutto dosato al centimetro per un preciso scopo: far resuscitare, a dieci anni di distanza, Massimo Decimo Meridio, vale a dire “Il gladiatore”. Quasi un regalo di nozze per i due lustri passati insieme che Ridley Scott offre a Russell Crowe, suo eterno debitore. L’operazione-replica darà senz’altro i suoi frutti commerciali, forgiando nuove generazioni di conoscitori di Robin Hood e di gladiatori d’Albione. Sulle mutazioni genetiche, prevale però in noi la nostalgia per le riletture audaci e canzonatorie, forse le uniche artisticamente degne, quando taluni personaggi diventano icone pop. Vedi “Robin Hood, l’uomo in calzamaglia” di Mel Brooks o i Monty Python alla ricerca del Sacro Graal. Di entrambi si intravede qualcosa in questo kolossal anni 2000, ma è del tutto involontario.

Diego Carmignani – Terranews