La manovra correttiva di Tremonti, le mani nelle tasche degli italiani

L’ imminenza della manovra correttiva sui conti pubblici annunciata dal ministro dell’ Economia sta producendo indiscrezioni, anticipazioni, ipotesi e previsioni di varia natura, accompagnate da commenti e analisi che ne vagliano pregi ed efficacia.

Nens, come sua abitudine, si riserva di esprimere le proprie valutazioni quando la manovra sarà definita e comunicata dal governo. Sulle linee già annunciate dal ministro dell’Economia, però, è opportuno già adesso segnalare alcuni elementi che ci sembrano contraddire l’impegno con cui il governo mostra di voler affrontare questa delicatissima fase.

Mettiamo da parte la prima, ovvia, considerazione sul fatto stesso che si ricorra ad una manovra correttiva. Perché è necessaria? In altri Paesi i conti sono andati fuori registro a causa degli interventi di stimolo e di sostegno attuati dagli stati, soprattutto per offrire alle loro banche il sostegno necessario a scongiurare i rischi di fallimento. Ma in Italia il sistema bancario non ha avuto bisogno di quei sostegni e interventi straordinari del genere non ce ne sono stati. Va capito che il crollo della produzione ha fatto venir meno entrate tributarie in una misura, però, inferiore a quella effettivamente registrata prodotta in buona parte dalla crescita dell’evasione, ma non c’è una ragione legata alla crisi che giustifichi completamente l’impennata della spesa corrente, il conseguente crollo del saldo primario e l’esplosione del deficit di bilancio.

Gestione inadeguata dei conti pubblici, quindi, e perciò urgenza (come Nens, rilevando questi andamenti, va sostenendo da tempo) di una manovra aggiuntiva.

Quello che di questa manovra è stato per adesso annunciato, però, suscita numerose perplessità perché aspettative di rilevanti risultati vengono attribuite a misure la cui efficacia appare per lo meno dubbia.

Il ministro ha infatti annunciato – e molti giornali hanno acriticamente enfatizzato i suoi annunci – che molte risorse per questa manovra dovranno venire dalla “caccia agli evasori”. Pur lasciando da parte che questo annuncio viene da un ministro reduce da un condono (o “scudo fiscale”) che ha, sì, portato soldi all’erario, ma offrendo agli evasori un ennesimo colossale regalo (oltre ad un’implicita prospettiva di altri, futuri condoni) bisogna capire in che cosa consista questa “caccia” agli evasori. Ebbene, essa – secondo gli annunci – consisterebbe nel vagliare i 7mila conti esteri comunicati all’Italia dopo la denuncia del funzionario ginevrino della Hsbc, e nel perfezionamento del cosiddetto “redditometro”.

Ma di quella lista di conti italiani nascosti all’ estero si è avuta notizia molti mesi fa e la lista stessa è stata comunicata all’ Italia all’inizio dell’anno, accompagnata da un gran battage da parte del governo, finalizzato chiaramente a indurre i titolari di quei conti ad aderire allo scudo fiscale. L’operazione “scudo” si è conclusa il 30 aprile scorso: è facilmente immaginabile, con pochi rischi di sbagliare, che quei 7.000 conti sono stati tutti regolarizzati utilizzando il regalo dello “scudo”. Quindi la Guardia di Finanza condurrà una lunga, certosina verifica, su conti già sanati, dal cui esame l’erario non potrà trarre alcun introito. Di conseguenza è molto discutibile che un’ iniziativa come questa rivesta l’importanza per la correzione dei conti dello stato con cui è accreditata dal governo e dai mezzi di informazione.

Per quanto riguarda il redditometro, la novità annunciata non sembra molto clamorosa: l’inserimento nell’ indicatore di dati già in possesso delle banche dati fiscali non cambia proprio niente, in quanto gli incroci sono possibili già adesso. Il cambiamento dovrebbe riguardare la disponibilità di questo indicatore per i contribuenti, in modo che possano decidere se adeguarsi o no. Un meccanismo simile a quello degli studi di settore, insomma, che quindi, stando all’esperienza, sarebbe destinato a rilevanti contestazioni.

La “caccia agli evasori” con cui il governo intende dare sostanza alla manovra correttiva, quindi, dopo l’abolizione di tutte le norme antievasione che il governo precedente aveva introdotto, rischia di risultare assai poco efficace.

Infine una considerazione attenta va dedicata all’affermazione del governo – ripetuta infinite volte, come un mantra o uno slogan pubblicitario, da tutti i ministri, i parlamentari o i più anonimi militanti della destra – : “non metteremo le mani nelle tasche degli italiani”. Una volta per tutte, bisognerebbe mettere nella testa degli italiani che “le mani nelle tasche” non sono soltanto quelle del prelievo tributario, ma anche i tagli alla sanità, alla scuola, agli asili nido, all’ assistenza agli anziani. Sono i pagamenti delle forniture ritardate fino a 180 giorni portando le aziende al fallimento e producendo altra disoccupazione. Le “mani in tasca”, con conseguenze terribili e tragiche, sono la sospensione del salario di un’infermiera che, per protesta finisce all’altro mondo.

Il reddito disponibile dei cittadini, quindi, inevitabilmente verrà ulteriormente decurtato: i tagli dei servizi pubblici, infatti, comportano sacrifici pesanti per i meno abbienti, sacrifici medio per i ceti medi e sacrifici praticamente nulli per chi dispone di alti redditi e può permettersi di pagare di tasca propria ciò che il servizio pubblico toglie. Ma la conseguenza paradossale di questo modo di procedere sarà – se le premesse ad oggi note non subiranno correzioni – che la manovra e i sacrifici imposti al Paese non basteranno ad ottenere il riequilibrio dei conti richiesto dall’Europa e allora, in autunno, bisognerà di nuovo intervenire.

Nens