Dossier Afghanistan, l’ incapacità dell’ Occidente di comprendere la sua storia

Il nuovo segretario alla Difesa britannico, Liam Fox, ha suscitato scalpore descrivendo senza mezzi termini l’Afghanistan come un “paese fermo al XIII secolo”. I soldati non stanno combattendo “per le politiche sull’istruzione”, ha detto, ma per favorire gli interessi di sicurezza della Gran Bretagna.

Alcuni afghani sono indispettiti da quella che percepiscono come un’osservazione colonialista da parte di un personaggio di spicco di una nazione che ha una storia poco onorevole nel loro paese.

È tuttavia un sollievo sentire un politico parlare onestamente delle sue intenzioni, dopo nove anni di sciocchezze e di iperboli “politically correct”. Le forze armate occidentali non hanno mai combattuto per la democrazia e l’emancipazione delle donne in Afghanistan. In realtà l’obiettivo è sempre stato quello di liberare il mondo dalla minaccia di al-Qaeda. Lasciare intendere altrimenti è stato ingiusto nei confronti degli afghani, le cui grandi aspettative sono state deluse solo per gettare fumo negli occhi a un’opinione pubblica europea e nordamericana scettica a proposito della guerra.

L’ Afghanistan non è poi così sprofondato nel XIII secolo, bensì è un paese il cui popolo vive in un caleidoscopio di epoche diverse. Nelle rurali Helmand e Kandahar, la vita non è migliore di quanto lo fosse per i contadini medievali europei. Gli agricoltori analfabeti cercano di sopravvivere in un ambiente inospitale, nel quale cadono spesso preda dei banditi. I signori locali combattono per il controllo territoriale.

In alcune zone settentrionali, la vita assomiglia a come doveva essere in Europa durante il XVII secolo. Vi sono progressi, sotto qualche benevolo governatore che ha portato crescita economica e sicurezza, ma che governa con un’autorità quasi assoluta.

Nell’ Afghanistan centrale, dove l’etnia Hazara sta mandando le ragazze a scuola, e le donne a votare in gran numero, vi sono echi dell’Occidente del XX secolo. Gli Hazara sono sciiti, e subiscono le conseguenze più gravi degli eccessi settari dei Talebani. Essi non desiderano assistere al ritorno dei Talebani.

A Kabul, vi sono speranze tipiche del XXI secolo, poiché tanti afghani dalla mentalità aperta premono per ottenere i benefici della modernità. Essi hanno maggiore accesso a tali benefici in quanto guardano la televisione via cavo e possono viaggiare all’estero. Gli attentati suicidi a Kabul ricordano che vi sono altri che preferiscono mantenere bloccata la società.

Recentemente, ho guardato il documentario “A History of Britain”, di Simon Schama, nel quale lo storico tratteggia brillantemente lo sviluppo del paese che, da luogo agricolo arretrato, si è trasformato nella nazione prospera che è attualmente. Non molto tempo fa, le Isole Britanniche erano dominate da signori della guerra, e i politici corrompevano e malmenavano gli elettori. Questo mi ha ricordato il percorso che gran parte dell’Afghanistan deve compiere.

Gli eserciti stranieri non possono imporre l’ istruzione delle donne o la libertà di parola. Le immagini di soldati all’interno dei blindati che distribuiscono quaderni a “locali” riconoscenti sono il frutto di un atteggiamento di superiorità che di fatto è inutile. L’Afghanistan, come la Gran Bretagna, dovrà progredire al proprio ritmo.

Gli eserciti occidentali possono aiutare gli afghani a imporre la sicurezza finché le loro forze non sapranno difendere il paese. Istruzione, alfabetizzazione e capitalismo arriveranno quando la popolazione vivrà libera dalla paura degli attentatori suicidi che la vogliono punire perché collabora con gli occidentali, e dalla paura degli attacchi aerei della NATO che scambia i civili per miliziani.

A Jalalabad, nella parte orientale del paese – una città da cui sono appena tornata – le scuole sono aperte e le attività fervono. Vi è anche un’e mergente intellighenzia. Jalalabad è tra le aree più pacifiche del paese, e non rappresenta alcuna minaccia per la sicurezza del mondo. Io preferirei arrischiarmi a camminare per le strade di Jalalabad che non per quelle di Peshawar, la sua città “sorella” di etnia pashtun in Pakistan.

La Gran Bretagna, come altri paesi NATO, vuole disperatamente andarsene dall’Afghanistan il più in fretta possibile. Ma dei 5.200 istruttori militari che l’America e i suoi alleati NATO hanno riconosciuto essere necessari per costruire l’esercito afghano, ne sono arrivati solo 2.700. Gli afghani non possono difendere il proprio paese finché non viene loro fornito il giusto sostegno e le risorse necessarie.

Recentemente ho incontrato Mark Sedwill, un alto rappresentante civile della NATO. Egli ha ammesso la sua frustrazione, nel cercare di fare in modo che i membri della NATO rispettino le loro promesse.

Non c’ è alcun bisogno che gli afghani si sentano feriti da chiunque descriva l’ Afghanistan per quello che è oggi, anche se alcune zone del paese possono rievocare secoli passati in altre parti del mondo. Sebbene gran parte del mondo ne sia ignaro, l’ Afghanistan ha una storia di 5.000 anni. La regina Gowhar Shad sovrintese alla fioritura delle arti a Herat nel XV secolo, quando molti contadini europei ancora vivevano nelle capanne.

Hamida Ghafour è una giornalista di origini afghane; nata a Kabul nel 1977, è fuggita con la sua famiglia nel 1981, stabilendosi dapprima in India e poi in Canada; nel 2003 è tornata in Afghanistan come corrispondente del Daily Telegraph; ha scritto un libro sul suo paese d’origine, uscito in Italia con il titolo “Il paese di polvere e di vento” (Piemme)

Traduzione a cura di Medarabnews.com