Immigrazione, integrazione difficile per i cinesi in Italia

Gli immigrati cinesi sono sempre più numerosi. Sono laboriosi, produttivi ma difficili da integrare. Lo afferma una nuova ricerca che il CESNUR – il Centro Studi sulle Nuove Religioni, diretto dal sociologo torinese Massimo Introvigne e da PierLuigi Zoccatelli – condotto insieme con un gruppo di ricercatori dell’Università di Torino (Luigi Berzano, Carlo Genova, Roberta Ricucci). Introvigne presenta in anteprima la ricerca firmata appunto Luigi Berzano – Carlo Genova – Massimo Introvigne – Roberta Ricucci – PierLuigi Zoccatelli Cinesi a Torino. La crescita di un arcipelago, da oggi in libreria (Il Mulino, Bologna).

La ricerca, la maggiore in questo campo in Italia e una delle più ampie in Europa, si è avvalsa dell’elaborazione di numerosi dati statistici e della somministrazione di oltre duecento questionari di 77 domande, in lingua cinese e italiana, a cinesi residenti a Torino. “Nel 1990 a Torino – spiega Introvigne – c’erano 828 cinesi, oggi sono oltre quattromila. Il 48% sono donne e il 30% sono minorenni. Si tratta dunque di un’immigrazione di famiglie, non di singoli uomini che lavorano come nel caso dei marocchini o degli albanesi. I cinesi tendono pure a concentrarsi in certe zone: il 14,1% dei cinesi di Torino vive nel quartiere Borgo Dora, l’11,5% in zona Monterosa. Il 90% dei cinesi di Torino viene dalla stessa regione, lo Zhejiang. Il 37% lavora nel settore della ristorazione, più del 20% nel settore del commercio. Ben 543 cinesi (su 4.000) sono titolari di attività commerciali (in cui lavorano molti altri cinesi), il che dimostra un rapporto davvero straordinario fra cinesi e lavoro: è una comunità prospera e con uno spirito imprenditoriale unico fra gl’immigrati”. “I ristoranti cinesi non sono in crisi, come si dice – aggiunge il sociologo –. Anzi, le licenze aumentano. Se si riportano sulla mappa di Torino i ristoranti cinesi distinguendoli secondo il periodo di ottenimento della licenza possiamo come in una prima fase storica i ristoranti si sono concentrati nel centro della città (nelle zone statistiche comprese tra Piazza Vittorio e Corso Regina) e nelle vicinanze delle stazioni ferroviarie di Porta Nuova e Porta Susa; allontanandoci dal centro della città in direzione delle periferie ritroviamo invece i ristoranti aperti nella fascia temporale dal 2002 a oggi”.

Laboriosi, relativamente benestanti… L’integrazione è facile, allora? “Non proprio – afferma Introvigne –. In effetti la nostra ricerca costruisce degli indici di ‘cinesità’ e di ‘italianità’ e rileva che i cinesi a Torino si sentono molto più vicini alla Cina che in Italia. Leggono prevalentemente giornali cinesi, guardano la televisione cinese, frequentano poco gl’italiani. Il loro rapporto con l’economia e il commercio è culturalmente diverso da quello degli italiani, il che crea quasi automaticamente conflitto. La buona notizia, semmai, è che l’integrazione scolastica è avanzata. I bambini cinesi sono alunni preparati, studiosi e bene educati. Molti hanno difficoltà linguistiche, è vero. Ma queste sono superate più facilmente dai cinesi di seconda generazione, nati in Italia. Che a Torino sono il 30% dell’intera comunità cinese”. E la religione? “Come in Cina dopo tanti anni di comunismo – spiega Introvigne – la maggior parte dei cinesi di Torino (58%) non si riconosce in nessuna religione organizzata; il 31% è buddhista e l’8% ha aderito a una religione cristiana o di origine cristiana (cattolici, protestanti e anche testimoni di Geova). Ma attenzione: assolutamente come in Cina (i dati, che abbiamo confrontato con sociologi cinesi, sono sorprendentemente simili) la mancata adesione a una religione organizzata non significa che i cinesi-torinesi siano atei. Conservano tutta una serie di credenze, di feste, di ritualità tradizionali che da secoli connotano la religiosità cinese al di fuori di ogni affiliazione istituzionale a una religione o chiesa”.

Cesnur