Riscaldamento globale, la scomparsa di isole e atolli

Tuvalu

Uno dei rischi più sottolineati quando si discute di riscaldamento globale è la scomparsa di piccole isole ed atolli, che emergono dalla superficie del mare di qualche metro, se non addirittura meno. Ad esempio Tuvalu, nel suo punto più alto, emerge per circa 4,5 metri sul livello del mare, ed è considerato uno dei complessi di atolli più a rischio dall’ innalzamento del livello del mare.

Ma una nuova analisi sull’ andamento delle isole più minacciate dal riscaldamento globale sembra mostrare proprio il contrario: la maggior parte sono rimaste stabili negli ultimi 60 anni, mentre alcune sono addirittura cresciute.

Paul Kench dell’Università di Auckland in Nuova Zelanda, ed Arthur Webb della South Pacific Applied Geoscience Commission, hanno utilizzato una serie di foto aeree ed immagini satellitari scattate nel corso degli ultimi 60 anni, e che hanno come soggetti 27 isole del Pacifico, per studiare gli effetti dell’innalzamento del livello del mare.

L’ analisi sembrerebbe mostrare che, in quell’arco temporale, il livelli della superficie marina si siano alzati di 12 centimetri, circa 2 millimetri all’anno in media.

Nonostante questo, Kench e Webb hanno scoperto che solo 4 isole si sono ridotte. Le altre 23 sono rimaste stabili nella loro superficie emersa, se non addirittura aumentate di dimensioni.

Il trend può essere spiegato dalla composizione di queste isole. Al contrario degli atolli sabbiosi della costa Est degli Stati Uniti, le isole del Pacifico sono costituite in gran parte da detriti corallini, erosi dalle barriere che tipicamente circondano queste isole e spinti in superficie dai venti e dalle correnti marine.

Dato che il corallo è materia vivente, provvede ad un costante approvigionamento di materiale. “Gli atolli sono composti da materiale che una volta era vivo” afferma Webb, “Per cui si ha una crescita continua”.

Tutto questo significa che le isole rispondono ai cambiamenti climatici in maniera differente da quanto ipotizzato. Per esempio, quando l’uragano Bebe ha colpito Tuvalu nel 1972, ha depositato 140 ettari di sedimenti nelle barriere coralline orientali, aumentando l’area delle isole maggiori del 10% in media.

Comunque, i risultati non sono definitivi. Come afferma Kench, le 27 isole analizzate sono solo una piccola parte delle migliaia che costellano il Pacifico. Tuttavia, pare che le isole siano più resistenti all’innalzamento dei livelli delle acque di quanto si pensasse in precedenza. “Si è sempre pensato che man mano che il livello del mare si alza, le isole affogano.” dice Kench. “Ma non lo fanno. Il livello del mare si alzerà, e le isole inizieranno a rispondere”.

A pensarla così è anche John Hunter, oceanografo della University of Tasmania, che afferma che lo studio mostri solidi prove di quanto affermano Kench e Webb. Ma il cambiamento nella forma delle isole rappresenta comunque una sfida: anche su isole con massa stabile o crescente alcune aree potrebbero essere erose, mentre altre potrebbero aggiungersi. Non è possibile spostare semplicemente le persone da aree urbanizzate in nuove zone delle isole.

E non si sa nemmeno cosa potrebbe accadere se l’innalzamento del livello del mare aumentasse di ritmo. Il deposito di sedimenti che contribuisce a mantenere stabile la superficie emersa potrebbe non essere sufficientemente costante e massiccio da mantenere “vive” queste isole.

Resta il fatto che Tuvalu, ad esempio, ha visto sette delle sue isole che compongono i nove atolli dello stato crescere in media del 3% dagli anni ’50. Un’isola in particolare, Funamanu, è cresciuta di 0,44 ettari, quasi il 30% in più della sua precedente area.

Trend simili sono stati osservati anche nella Repubblica del Kiribati, in cui tre delle maggior isole sono aumentate rispettivamente del 30%, 16,3% e 12,5%.

Daniele Bagnoli