Freedom flotilla, nave irlandese verso Gaza. A bordo la Nobel Maguire

Gaza, 1 milione e mezzo di abitanti in una Striscia di terra lunga una quarantina di chilometri e larga dieci. Una popolazione che conta principalmente minorenni, una popolazione composta per oltre ¾ da rifugiati alloggiati in otto campi profughi. Con il rilascio degli attivisti detenuti da lunedì scorso presso il carcere di Beer Sheva e il loro rientro nei rispettivi Paesi di origine, l’attenzione dei media internazionali e nazionali sembra essersi distolta dallo scenario mediorientale e dalla realtà di Gaza e dei suoi 1.500.000 abitanti in gabbia.

Ma la società civile organizzata in Israele, quella parte della società che esprime dissenso per le politiche del proprio Governo soprattutto in relazione all’occupazione nei Territori Palestinesi e all’embargo imposto alla Striscia di Gaza per motivi di sicurezza, non smette di documentare e informare, in contrapposizione con le dichiarazioni principalmente provenienti da fonti governative presentate dai media locali. E presenta le reali condizioni di vita e le problematiche che la popolazione della Striscia si trova quotidianamente ad affrontare.

“La maggior parte degli abitanti della Striscia vive con meno di due dollari al giorno in condizioni di malnutrizione e con gravi problemi sanitari. Oltre l’80 per cento dipende da aiuti umanitari, soprattutto per quanto riguarda il rifornimento di alimentari”, spiegano i portavoce di Gazasiege.org, un sito web che fornisce informazioni e analisi relative alla situazione nel territorio in questione. Una catastrofe umanitaria in corso ormai da anni, sulla quale i riflettori della Comunità internazionale si sono riaccesi per qualche giorno, ma per la quale non sembra esserci in vista una soluzione. Come riferito dall’associazione B’tselem, Israele continua a controllare le importazione ed esportazioni della Striscia di Gaza, “paralizzando l’economia tramite continue chiusure dei pochi passaggi di frontiera”.

L’accordo concluso nel mese di novembre 2005 con l’Autorità Palestinese non è stato più applicato dal sequestro del soldato Gilad Shalit il 25 giugno 2006 in poi: “La politica di Israle ha portato al collasso economica di Gaza. La proibizione di introdurre molti prodotti e di esportazioni ha portato alla chiusura del 95 per cento delle fabbriche e delle industrie artigianali della zona e la disoccupazione supera il 40 per cento”. Il controllo dello spazio aereo e delle acque territoriali, poi, avrebbe garantito a Israele il controllo di attività quali la pesca, ad oggi permesse solo per una distanza di tre miglia dalla costa, a differenza delle 20 miglia stabilite con gli accordi di Oslo nel 1994. Una situazione difficilmente sostenibile.

Preoccupazione è stata inoltre espressa in relazione all’accaduto sulla sorte dei leader arabi israeliani deportati per la loro presenza a bordo di una delle navi intenzionate a rompere l’embargo e ad oggi detenuti. Muhammed Zeidan del Comitato per i cittadini arabi di Israele, Sheikh Raed Salah e Sheikh Hamad Abu Daabes, i due leader del Movimento islamico in Israele e Lubna Masarwa del Movimento per la liberazione di Gaza saranno detenuti per un’altra settimana, fino all’8 giugno in attesa del processo. Secondo la difesa e quanto riportato dal Movimento per la liberazione di Gaza, i quattro attivisti sarebbero detenuti in quanto arabi israeliani e pertanto oggetto di una grave discriminazione.

Nel frattempo un’altra nave della ‘Freedom Flotilla’ carica di aiuti, la Rachel Corrie, è partita con l’intenzione di infrangere l’embargo imposto alla Striscia: secondo il quotidiano israeliano Haaretz i passeggeri avrebbero accettato, nell’eventualità di un blocco da parte dei militari israeliani, di raggiungere il porto di Ashdod e scaricare lì le loro merci per sottoporle a ispezione israeliana. Ma dalla Rachel Corrie fanno sapere che, al contrario di quanto dicono le autorità israeliane, non vi è alcun intento di approdare ad Ashdod, ma a Gaza. Oggi pomeriggio dovrebbe raggiungere la zona di interdizione di 20 miglia imposta da Israele. Della missione fanno parte l’irlandese Mairead Corrigan-Maguire, premio Nobel per la Pace nel 1976, e l’ex vice segretario dell’Onu Denis Halliday. Nei giorni scorsi il ministero degli Esteri israeliano ha ribadito che alla nave sarà impedito l’accesso a Gaza. C’è dunque timore sulla sorte della nave, a quattro giorni dal sanguinoso attacco contro la flottiglia.

Michela Perathoner (Gerusalemme – inviata di Unimondo)