Economia Cina, fabbrica del mondo e centro delle lotte operaie

Che cosa accomuna i suicidi dei lavoratori della Foxxon, il più grande fornitore high-tech al mondo, fornitore di aziende come Apple, Sony, HP, Dell, e quelli dei lavoratori della Telecom Francese? Forse bisognerebbe studiare la sofferenza di quei lavoratori che abitano non solo luoghi diversi, Cina ed Europa, ma anche temporalità differenti: il post-fordismo e la catena di montaggio, la “soggettività” messa in produzione e il lavoro “muto”, ripetitivo della fabbrica del mondo.

Una “fabbrica del mondo” che si scopre sempre meno docile allo sfruttamento barbaro, e sempre più abitata da una nuova generazione di migranti e forza lavoro, nati dopo gli anni Novanta, mediamente più istruiti dei loro padri, meno inclini a spezzarsi la schiena e fare lavori poco gratificanti, faticosi e rischiosi. Loro sono i nuovi protagonisti della ondata di scioperi che sta colpendo molte delle regioni produttive della Cina.

Circa duemila lavoratori hanno recentemente bloccato gli impianti nelle fabbriche tessili in Pingdingshan, nella provincia di Henan, chiedendo il doppio dei soldi per fare lo stesso lavoro. A Taipei hanno protestato davanti al quartier generale della Foxconn, la Hon Hai Precision Industry Company, domandando migliori condizioni di lavoro nelle fabbriche del Pear River Delta. Un recente sciopero in un impianto Honda nel sud della Cina, animato da centinaia di lavoratori che reclamavano maggiori salari, ha ottenuto proprio ieri notte, dopo una contrattazione durata quasi quattro settimane, un aumento del salario di oltre il 30% per i lavoratori a tempo indeterminato e di oltre il 70% per gli stagisti. Quest’ultimo sciopero ha mostrato come molti dei lavoratori di questo impianto siano in realtà stagisti delle scuole professionali. Quasi la metà dei lavoratori sono infatti in fabbrica per ottenere…il proprio diploma! Lavoratori di nemmeno 20 anni e aspiranti tecnici, guadagnavano fino a ieri circa 110 euro al mese. Una miseria.

L’ educazione professionale, fatta di stage e tirocini, non è solo un dispositivo di gerarchizzazione della forza lavoro cognitiva e di disciplinamento di quei giovani migranti, disoccupati, che aspirano a fare lavori qualificati. Se durante gli anni del boom economico, sotto Deng Xiaoping, erano i contadini che migravano nelle città (e ciò garantiva il bacino della forza lavoro), sono gli studenti della formazione professionale, ovvero coloro che “studiano” in fabbrica, a garantire una forza lavoro a buon mercato nella Cina contemporanea.

Dopo l’ entrata in vigore della nuova legge sul lavoro nel 2006, infatti, in Cina sono sempre di più i contratti di formazione e gli stage usati per diminuire le garanzie e la paga dei lavoratori. Alla Honda sono stati doppiamente minacciati nel prendere parte allo sciopero: da un lato il management della industria, dall’altro gli stessi professori. Aderire allo sciopero voleva dire non solo rischiare il licenziamento, ma anche la bocciatura all’esame del proprio diploma!

Minacce a parte, queste ultime settimane sono state una vera prova di forza contro il sindacato ufficiale, che in Cina non ha altri compiti se non quello di controllare i lavoratori. La vittoria alla Honda ha infatti affermato un movimento di lavoratori autorganizzati che ha costretto il management aziendale a contrattare direttamente con gli scioperanti. Senza mediazione alcuna.

Che la Cina stia soffrendo, ormai da qualche tempo, di scarsità di manodopera e forza lavoro, è innegabile. Ma non si tratta di manodopera in generale, bensì di quella a basso costo e senza garanzia alcuna. La Cina non è solo la fabbrica del mondo, ma è il nuovo epicentro delle lotte sul salario. Come questo trasformerà i conflitti sul lavoro a livello globale? In Cina ogni trasformazione quantitativa è anche qualitativa, e i confitti fra capitale globale e mondo del lavoro porterà forse ad un nuovo dispositivo politico e sociale delle lotte. Un percorso ed un possibile evento necessariamente di dimensioni globali.

Paolo Do – YaBasta Napoli