Iran, Ahmadinejad e Movimento Verde: l’ opposizione contro il regime

Questo mese ricorre il primo anniversario della contestata rielezione dell’ intransigente presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, che portò il paese alle più vaste rivolte popolari che si siano viste dalla Rivoluzione Islamica del 1979.

Sebbene il regime, facendo ricorso alla violenza, sia progressivamente riuscito a reprimere l’ impeto del Movimento Verde di opposizione, le profonde spaccature interne al paese – sia tra le élite politiche che tra il governo e la società – sono lungi dall’essere appianate.

Tra le numerose vittime del periodo post-elettorale va annoverata la concezione dell’Iran come “Repubblica Islamica”. Per dirlo con le parole del defunto Grande Ayatollah Ali Montazeri, la brutalità del regime nei confronti del suo stesso popolo ha fatto sì che esso non sia più “né islamico, né una repubblica”.

Un’altra vittima di tale periodo è stata la legittimità della Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei. Per vent’anni, Khamenei ha ingannevolmente offerto di sé l’immagine di una guida imparziale e magnanima, ma il suo provocatorio ed aperto sostegno ad Ahmadinejad lo ha fatto apparire come un autocrate meschino e fazioso. Tra gli slogan senza precedenti delle proteste di piazza della scorsa estate vi erano cori che tuonavano: “Khamenei è un assassino, la sua guida è priva di significato!”.

Sotto la guida di Khamenei, una scellerata triade composta da Guardiani della Rivoluzione arricchiti, religiosi intransigenti, e miliziani Basij indottrinati ha esercitato il potere in maniera crescente. Nonostante la sua pretesa religiosa di imporsi come guida spirituale, il futuro di Khamenei è in gran parte nelle mani della Guardia Rivoluzionaria. Se l’opposizione al suo potere tra i più importanti religiosi di Qom preoccupa Khamenei, un’eventuale opposizione all’interno della Guardia Rivoluzionaria potrebbe essergli fatale.

Malgrado la crisi di legittimità del governo e l’endemica cattiva amministrazione, il Movimento Verde – nominalmente guidato dai candidati di opposizione alle elezioni presidenziali, Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi – si trova di fronte a problemi ben più grandi. Le menti dell’Onda Verde si trovano o in prigione, o virtualmente agli arresti domiciliari, oppure non sono nelle condizioni di esprimersi liberamente. Ad essi manca l’organizzazione e una strategia.

Quando lo scorso anno sono divampate le proteste, inizialmente si è pensato che il fatto che il Movimento Verde fosse un movimento nato dal basso potesse rappresentare un vantaggio, considerato che esso non poteva essere facilmente decapitato. “Trent’anni fa le persone erano pecore e Khomeini era il loro pastore”, mi ha detto un autorevole attivista democratico iraniano. “Oggi noi non abbiamo un pastore, ma le persone non sono più pecore”.

A dispetto della loro forza numerica però, l’eccessiva fiducia di Mousavi e Karroubi nelle proteste di piazza è malriposta. Se da una parte i loro coraggiosi sostenitori abbracciano la tolleranza e praticano la nonviolenza, dall’altra essi sono sopraffatti dalle forze armate governative che sono disposte ad uccidere e a morire per mantenere il potere. Se il Movimento Verde vuole rappresentare una seria minaccia per il governo, esso deve incamerare il sostegno dei mercanti dei bazaar, degli operai delle industrie più importanti, dei sindacati dei trasporti, e degli impiegati governativi. Prolungati scioperi appoggiati da questi gruppi bloccherebbero l’economia nazionale. Si tratta tuttavia di un compito difficile, dato che le organizzazioni dei lavoratori iraniani, seppur molto insoddisfatte, sono tanto amorfe quanto lo stesso Movimento Verde. Per di più, Mousavi e Karroubi, probabilmente frenati in parte dalle promesse non mantenute e dagli eccessi della Rivoluzione Islamica – sembrano non aver fretta di assistere ad un cambiamento radicale. Piuttosto, essi hanno portato avanti un approccio gradualista che intende cooptare e reclutare i membri disaffezionati dei ceti tradizionali, compresi il clero e la Guardia Rivoluzionaria, portandoli nelle file del Movimento Verde.

Il cauto approccio del Movimento Verde è ulteriormente messo in difficoltà dal senso di urgenza che gli Stati Uniti, l’Europa, e soprattutto Israele, nutrono nei confronti delle ambizioni nucleari del governo iraniano. Sebbene il ruolo che potenze esterne come gli Stati Uniti possono giocare nell’influenzare le riforme politiche in Iran sia limitato, l’amministrazione Obama dovrà affrontare due sfide essenziali nella sua politica nei confronti di Teheran.

Primo, come si può raggiungere un accordo con un regime che apparentemente vuole averti come nemico? Mentre una larga maggioranza di iraniani vorrebbe migliorare i rapporti con gli Stati Uniti, per i sostenitori iraniani della linea dura l’inimicizia con Washington è diventata una parte centrale dell’identità della Repubblica Islamica. “Se le tendenze filo-americane ottenessero il potere in Iran, dovremmo dire addio ad ogni cosa”, ha ammesso l’Ayatollah Ahmad Jannati, capo del potente Consiglio dei Guardiani. “Dopotutto, l’anti-americanismo fa parte delle principali caratteristiche del nostro stato islamico”.

La seconda sfida per gli Stati Uniti è quella di promuovere i diritti umani e la democrazia in Iran senza compromettere l’indipendenza delle forze d’opposizione. Data l’eterogeneità del Movimento Verde, non esiste un’opinione definita su quali siano le politiche americane più costruttive. Sembra esserci la convinzione generale che l’America debba assolutamente astenersi dall’azione militare, condannare le violazioni dei diritti umani nella Repubblica Islamica, ed esprimere solidarietà morale al popolo iraniano. C’è scarsa coesione, tuttavia, quando si affrontano questioni più controverse, come la potenziale efficacia di sanzioni mirate.

Il primo premier dell’Iran post-rivoluzionario, Mehdi Bazargan, una volta avrebbe detto che il vero leader della Rivoluzione del 1979 non era stato l’Ayatollah Khomeini bensì lo Shah, che aveva saputo unire diversi gruppi di persone contro di lui. Oggi, sussiste una dinamica piuttosto simile: i due individui che senza dubbio sono stati i principali responsabili della tenacia dell’opposizione non sono Mousavi e Karroubi, ma Ahmadinejad e Khamenei.

La brutalità e le intimidazioni del governo possono opporsi al progresso della storia per anni, ma non all’infinito. Qualsiasi cosa succeda al Movimento Verde nel breve periodo, milioni di coraggiosi manifestanti iraniani hanno fatto capire al mondo, la scorsa estate, che la centenaria ricerca del loro paese per una forma di democrazia è un’idea il cui tempo è ormai giunto.

Traduzione a cura di Medarabnews.com