Diario di un missionario africano: il tifo e la festa dell’ Africa unita

Luanda, veduta aerea

“La luce manca da quattro mesi, ci si arrangia con i generatori” dice alla MISNA padre Luigi Frattin, missionario in uno sterminato sobborgo di Luanda dove il cemento si è mangiato anche l’erba per i campi di calcio. A Kikolo, tra le fabbriche di cemento, i magazzini e le fonderie, ragazzi sperano nell’ospitalità di un vicino di casa e nei goal dei fratelli africani. “L’Angola – racconta padre Luigi, della Società missioni africane (Sma) – non ha ripetuto l’exploit di quattro anni fa in Germania: il tifo è allora tutto per il Sudafrica, la Nigeria o il Ghana, molto festeggiato dopo la vittoria di Domenica contro la Serbia”.

A Kikolo, dunque, in questo inverno australe notti “mondiali” al buio per davvero. La corrente non arriva da quando una ruspa, invece della spazzatura, ha raccolto un cavo elettrico. “Ma il problema vero – avverte padre Luigi – è la rete di distribuzione: le centrali non ce la fanno, non si fa manutenzione e i ‘black out’ sono la norma”. Resta la passione per il calcio, divertimento, sfogo, voglia di libertà. Questa voglia unisce tante storie d’Africa, un continente pieno di orgoglio, che ospita i Mondiali per la prima volta. Poco importa se la nazionale di casa non si è qualificata per la fase finale, bisogna raccontare all’Europa e ai potenti della Terra che a sud del Sahara c’è un universo di colori, speranze, culture. “I giovani sono entusiasti e non si perdono una partita” conferma dallo Zimbabwe Alexander Thomas Kaliyanil, un missionario del Verbo divino che dall’anno scorso è arcivescovo di Bulawayo. “Quando segna una squadra africana – dice il religioso alla MISNA – si sentono grida dappertutto e, poi, lo strepito inconfondibile delle ‘vuvuzelas’: tutti sperano che la Coppa del mondo resti nel nostro continente”. Nello Zimbabwe come in tanti altri paesi poveri il calcio è simbolo e sogno di riscatto sociale, sfogo liberatorio e illusione. Due settimane fa ad Harare è venuta a giocare la nazionale del Brasile, la “selecao” cinque volte campione del Mondo. “Al ‘National Sports Stadium’ siamo finiti kappaò – ricorda monsignor Kaliyanil – ma è stata una grande festa; festa di balli, tamburi e, perché no, vuvuzelas”.

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