Dossier Kurdistan, tra Iraq e Iran la guerra continua

La tattica delle incursioni militari oltreconfine permette a paesi vicini dell’Iraq, come l’Iran e la Turchia, di tenere sotto controllo il Kurdistan iracheno e di compromettere i progressi economici di Baghdad senza ricorrere ad una guerra aperta.

Nel corso dell’ultimo mese, l’Iran ha continuamente e instancabilmente bombardato i villaggi al confine con il Kurdistan iracheno, provocando la fuga di migliaia di persone, ferendone molte e perfino uccidendo una quattordicenne.

Il motivo apparente di questi attacchi sarebbe quello di colpire il “Partito per la vita libera del Kurdistan”, un movimento militante curdo-iraniano noto come Pejak. Ad ogni modo, la decisione di mandare al confine unità militari e di stabilire basi (secondo fonti curde) potrebbe far parte di una più ampia strategia iraniana per mantenere una presenza fisica di lunga durata in territorio curdo. Sicuramente rappresenta una provocazione che l’Iran può giustificare sulla base della minaccia posta dal Pejak, ma le ragioni potrebbero andare ben oltre.

Le incursioni oltreconfine (compresi i bombardamenti) hanno rappresentato nel tempo un modo conveniente, da parte degli stati vicini, per inviare sottili messaggi agli attori politici iracheni. Ciò include il rammentare loro i limiti del successo che possono ottenere, soprattutto con il ritiro delle truppe americane.

La Turchia è uno di quei paesi che hanno adottato a più riprese una strategia offensiva; oggi continua a bombardare la regione ma, rispetto agli anni precedenti, ha ridotto leggermente il livello di aggressività. Nel mese di dicembre, solo pochi giorni dopo che l’Iraq aveva concesso ad alcune grandi compagnie petrolifere internazionali di operare in sette campi petroliferi del paese, le forze iraniane hanno compiuto un’incursione nel territorio conteso nel sud dell’Iraq. L’attacco potrebbe essere stata una risposta iraniana al potenziale rappresentato dal settore energetico iracheno, che potrebbe allontanare gli investitori dall’Iran spingendoli verso Baghdad.

Per quanto riguarda i curdi, l’Iran continuerà a guardare con preoccupazione ad ogni tentativo curdo di coalizzarsi con il raggruppamento anti-iraniano del Movimento Nazionale Iracheno, che ha vinto le elezioni parlamentari lo scorso marzo con uno scarto minimo. Teheran cercherà poi di fare in modo che le cose non funzionino perfettamente nel Governo Regionale del Kurdistan (KRG).

Il Kurdistan continua a fare progressi e ad attrarre investitori internazionali, come è emerso dalla conferenza di Londra incentrata sugli investimenti in Kurdistan, mentre la visita del presidente Barzani in Turchia suggerisce che anche le relazioni curde con i paesi vicini stiano migliorando.

Vi è poi il nuovo aeroporto internazionale di Erbil – l’ultimo investimento curdo, che occupa un ruolo centrale nei futuri piani politici, economici e di sicurezza del Kurdistan. Allo stato attuale, l’aeroporto è stato utilizzato anche da velivoli militari, sebbene non per missioni di combattimento. L’Iran, ad ogni modo, è cosciente del fatto che l’aeroporto – un’ex base militare che vanta la quarta pista più lunga al mondo – potrebbe potenzialmente essere utilizzato come un’utile struttura strategica, non solo per il KRG, ma anche per i suoi alleati e per i nemici dell’Iran (nella fattispecie Stati Uniti e Israele).

Da un punto di vista geografico però, il Kurdistan potrebbe essere troppo vicino all’Iran perché l’aeroporto possa essere usato per scopi che non siano civili. Con il KRG senza protezioni e senza il sostegno dei suoi cosiddetti alleati, l’Iran potrebbe tranquillamente essere in grado di chiudere l’aeroporto se ciò fosse nei suoi interessi.

Allo stesso modo, se ci chiediamo cosa potrebbe effettivamente fare l’Iraq per prevenire gli attuali bombardamenti iraniani, la risposta è: nulla. Malgrado le proteste del presidente Barzani e del governo iracheno, insieme alle rare dichiarazioni di solidarietà dell’esercito iracheno al popolo curdo, gli iraniani possono continuare a bombardare indefinitamente e impunemente, avendo anche i mezzi per ricordare agli americani, ed ai curdi, che essi hanno il potere di farlo.

L’Iraq non è più la potenza militare di una volta, e senza il sostegno occidentale incontrerebbe notevoli problemi in uno scontro armato con i suoi vicini. L’International Institute for Strategic Studies, ad esempio, stima che il personale addetto alla sicurezza in Iraq conti 578.269 uomini, più della metà dei quali è però rappresentata da personale del ministero degli interni, in gran parte addestrato per gestire questioni di sicurezza interna piuttosto che estera. L’esercito del paese, nel frattempo, conta circa 200.000 uomini, mentre la marina ne ha 2.000 e l’aviazione 3.000.

L’Iran, invece, conta circa 350.000 soldati in servizio effettivo, 125.000 uomini nella marina e 18.000 nell’aviazione, sostenuti da 125.000 elementi della Guardia Rivoluzionaria e da altri 350.000 riservisti. Anche la Turchia, la Siria e l’Arabia Saudita hanno un potenziale bellico superiore all’Iraq.

Ovviamente nessuno di questi paesi potrebbe permettersi di sostenere con successo una guerra aperta contro l’Iraq. Essi sono però consapevoli del potenziale di questo paese e della possibilità che esso diventi un potente attore (forse democratico) nella regione. Tali paesi preferiscono quindi fare in modo che l’Iraq rimanga debole e diviso utilizzando mezzi più convenienti (qualcuno potrebbe dire codardamente) che comprendono i bombardamenti, la facilitazione di attacchi terroristici di massa, e le incursioni militari.

Ranj Alaaldin è un analista esperto di questioni di sicurezza e di affari mediorientali presso la London School of Economics and Political Science; nell’ambito dei suoi abituali viaggi in Medio Oriente, si è recato recentemente in Iraq per una serie di missioni di ricerca

Traduzione a cura di Medarabnews.com