Esplosioni nucleari nello spazio, nel 1962 il test Starfish Prime

Molti di voi avranno visto i filmati di esplosioni nucleari durante i test condotti da Stati Uniti ed ex Unione Sovietica negli scorsi 50 anni. Esplosioni nucleari sulla terraferma, esplosioni sotto terra ed altre sopra la superficie del mare.

Generalmente l’ effetto massimo di un’ esplosione nucleare si ottiene facendo detonare la bomba ad una certa quota dal suolo, quota che va da poche centinaia di metri fino a qualche chilometro di altezza, in base alla potenza dell’ordigno.

Ma qualcuno di voi ha mai sentito parlare di esplosioni nucleari nello spazio? Ecco il test Starfish Prime, eseguito il 9 luglio del 1962 nello spazio.

Il test Starfish Prime era uno dei cinque test parte dell’ Operazione Fishbowl, a sua volta inclusa in un progetto più ampio, Operazione Dominic, una serie di test iniziati nel 1962 come risposta all’ annuncio dell’ ex Unione Sovietica della fine della moratoria di tre anni sui test nucleari.

In realtà, i test ad alta quota iniziarono ben prima, nel 1958. Ma la mancanza di sufficiente strumentazione scientifica per registrare gli effetti delle esplosioni (che generarono più interrogativi che risposte) fece nascere l’esigenza di nuovi test nucleari ad alta quota.

Starfish Prime, inizialmente il secondo lancio della serie di cinque dell’ Operazione Fishbowl, partì con un fallimento: il primo tentativo, avvenuto il 20 giugno 1962, fallì per via di un problema al razzo Thor che trasportava la testata nucleare dopo 59 secondi di volo, ad una quota compresa tra i 9 ed i 10 km. Il comando di missione fece esplodere il missile, e parte del materiale radiattivo precipitò su Johnston Island e Sand Island.

Il 9 luglio del 1962, partì un altro razzo Thor da Johnston Island, raggiunse con successo la quota di 400 km, e la testata nucleare esplose, generando un’esplosione di circa 1,4 megatoni di potenza.

Il missile Thor, in realtà, proseguì fino a circa 1100 km di quota, e la testata nucleare venne fatta detonare durante la traiettoria di discesa, dopo 13 minuti e 41 secondi da lancio.

L’ esplosione di Starfish Prime causò un impulso elettromagnetico ben più ampio e potente di quanto ci si aspettasse, tanto che le strumentazioni di rilevamento andarono fuori scala e fu difficile avere delle misurazioni accurate. Causò problemi elettrici alle Hawaii, circa 1.445 km di distanza dal punto di detonazione: spense 300 luci stradali, fece azionare molti allarmi anti-rapina e danneggiò i cavi telefonici che collegavano le isole hawaiane.

Starfish Prime generò anche un’aurora di dimensioni colossali. Secondo il primo rapporto tecnico: “Il fenomeno fu visibile per via del lampo intenso e ampio; una vasta area del Pacifico fu illuminata dall’aurora…Un effetto secondario interessante fu che la Air Force della Nuova Zelanda fu aiutata dalla luce della bomba nelle sue manovre anti-sommergibile”.

Parte degli elettroni ad alta energia generati dall’esplosione formarono delle fasce di radiazioni attorno alla Terra. Tre satelliti in orbita bassa vennero disabilitati per via del passaggio attraverso queste fasce, ma in realtà ben un terzo dei satelliti in orbita bassa subirono dei malfunzionamenti di diversa entità per via della detonazione. L’elettronica di sette satelliti venne completamente distrutta dalle radiazioni, compreso il primo satellite commerciale per telecomunicazioni, il Telstar.

Daniele Bagnoli