Guerra in Afghanistan, crisi della strategia di Obama: cronaca di un fallimento

A circa due settimane dalle dimissioni del generale Stanley McChrystal, causate dalla pubblicazione di alcune sue dichiarazioni offensive nei confronti dell’amministrazione americana, è ormai evidente che quell’ episodio era solo un sintomo di una crisi ben più profonda che ha colpito la gestione americana della guerra in Afghanistan.

Alcuni hanno addirittura ipotizzato che la “gaffe” di McChrystal fosse intenzionale ed avesse lo scopo di permettergli di uscire di scena prima che i nodi del fallimento della strategia americana in Afghanistan venissero al pettine, ed egli fosse accusato di tale fallimento.

Le perdite fra le truppe americane continuano ad aumentare, e il piano di cacciare i Talebani dalle principali roccaforti nel sud dell’Afghanistan si sta rivelando irrealizzabile: l’offensiva di Marjah, nella provincia di Helmand, ha registrato solo successi temporanei che non sono stati consolidati; la prevista offensiva su Kandahar è stata rimandata a settembre, e continua ad incontrare forti opposizioni anche all’interno dello stesso governo afghano.

In questa situazione, secondo alcuni, era inevitabile che si riacutizzassero i malumori dei vertici militari nei confronti della leadership civile a Washington. Il “caso McChrystal” ha fatto sorgere negli Stati Uniti un intenso dibattito sul rapporto tra l’autorità civile e le forze armate, e sulla capacità dei Democratici di gestire una campagna militare.

Il presidente Obama, rimpiazzando prontamente McChrystal con il generale Petraeus (l’ “eroe” che aveva permesso a Washington di salvare la faccia in Iraq), ed affermando che si è trattato solo di un avvicendamento di uomini, ma che la politica americana in Afghanistan non cambia, ha apparentemente soffocato sul nascere questo dibattito ed ha cercato di dare l’impressione che non esista una crisi strutturale nella gestione della guerra afghana.

Ma con il passare dei giorni, appare sempre meno scontato che la linea della Casa Bianca abbia avuto la meglio su quella dei militari, e sempre più evidente che l’avvicendamento al comando della campagna afghana si sta traducendo inevitabilmente in una messa in discussione delle politiche fin qui adottate.

Che quella afghana fosse una guerra ormai persa era opinione di molti analisti già all’epoca in cui Obama si era insediato alla Casa Bianca. Ma il modo in cui si è evoluta la crisi della gestione americana di questa guerra è la conseguenza diretta delle scelte politiche prese a partire da allora .

Secondo alcuni analisti, il fallimento di Obama sta nel non essere stato in grado di distanziarsi completamente dalla cultura della guerra promossa dall’amministrazione repubblicana che lo aveva preceduto.

Egli ha ripudiato la guerra in Iraq, ma solo per affermare che la vera “guerra di necessità” era quella in Afghanistan. Accettando di dare nuovo impulso alla campagna afghana pur di garantirsi il pieno appoggio degli ambienti di Washington relativamente al disimpegno americano dall’Iraq, egli ha condannato se stesso a rimanere ostaggio dell’eredità lasciatagli da Bush.

Successivamente, al momento di definire la strategia da adottare in Afghanistan, è emerso il contrasto tra la visione della leadership democratica, incarnata dal piano Biden di ridurre la campagna afghana ad una missione anti-terrorismo che si sarebbe concentrata esclusivamente sulla lotta ad al-Qaeda, e la visione dei vertici militari, incarnata dal piano McChrystal di adottare una strategia di controinsurrezione (COIN) ad ampio spettro ed a tempo indeterminato, che avrebbe richiesto un dispiegamento di forze molto maggiore.

Obama fu colto in contropiede dalla mossa di McChrystal, che gli chiese pubblicamente di approvare l’invio di 40.000 soldati in più per garantire il successo della missione. Ciò che seguì fu il raggiungimento di un compromesso (e non la messa a punto di una strategia condivisa), ovvero l’invio di rinforzi per un ammontare di 30.000 uomini, accompagnato dalla definizione di una data a partire dalla quale sarebbe iniziato il ritiro delle truppe: il luglio 2011.

Questa scelta, probabilmente fin dall’inizio contraddittoria, non ha appianato le sottostanti tensioni fra i Repubblicani e i Democratici, e fra la Casa Bianca ed i vertici militari, ponendo le premesse per nuovi contrasti che si sono puntualmente verificati.

Mentre i vertici militari hanno sminuito l’importanza della data del luglio 2011, sostenendo che l’inizio del ritiro sarebbe dipeso dalle condizioni effettive sul campo, Obama aveva puntato molto su di essa, e l’aveva molto pubblicizzata, soprattutto di fronte alla base del proprio partito e ad un’opinione pubblica sempre più stanca di una guerra considerata ormai incomprensibile.

Tuttavia, nelle ultime settimane le critiche nei confronti del presidente si stanno moltiplicando negli ambienti di Washington. Molti sostengono che definire una data per il ritiro è stato un grave errore tattico, e che una strategia di controinsurrezione è condannata al fallimento se il nemico già sa quando coloro che la applicano ritireranno le proprie truppe.

Lo stesso Obama ultimamente sembra essersi reso conto che attribuire un valore eccessivo alla data del luglio 2011 ha degli effetti controproducenti, perché rafforza la fiducia dei Talebani, demoralizza gli afghani che collaborano con gli americani, e spinge gli altri paesi della coalizione a pensare anch’essi al ritiro.

Sembra dunque che, sebbene egli abbia affermato che al di là della sostituzione di McChrystal con Petraeus non vi è nessun cambio di politica, la realtà sia diversa, e dei cambiamenti di strategia saranno inevitabili.

Uno dei principali problemi degli americani è che essi si sono affidati a un governo considerato illegittimo da fasce sempre più ampie della popolazione, soprattutto dopo i brogli elettorali dello scorso anno. Dunque Petraeus potrebbe esercitare maggiori pressioni sul governo Karzai affinché porti avanti le riforme, combatta la corruzione, ed applichi misure di buon governo.

Petraeus potrebbe poi cambiare le regole di ingaggio molto restrittive che erano state imposte da McChrystal per ridurre il numero di vittime civili – una misura che però ha fatto sì che le truppe USA fossero più esposte, provocando maggiori perdite fra i soldati americani.

Come già accennato, la data del luglio 2011 potrebbe perdere valore, e l’inizio del ritiro delle truppe sarà probabilmente subordinato alle condizioni sul terreno. Il problema è che la guerra non sta andando bene per gli americani, e dunque la Casa Bianca si troverà ben presto di fronte a un dilemma: ritirare comunque le truppe accettando la sconfitta, oppure prolungare ancora una volta una missione che si è rivelata fin qui fallimentare.

Per la seconda ipotesi propendono i vertici militari ed i Repubblicani, i quali non sono disposti a lasciare l’Afghanistan prima di poter gridare “missione compiuta”. Obama invece propende per l’idea di un progressivo disimpegno dall’Afghanistan, lasciando agli afghani il controllo del conflitto.

Ma siccome l’attuale amministrazione non è stata finora disposta ad assumersi la responsabilità di una “sconfitta”, il compromesso che era stato raggiunto era quello di inviare rinforzi sufficienti per costringere i Talebani a negoziare un accordo prima di dare inizio al disimpegno americano. Purtroppo, per il successo di una simile strategia il “fattore tempo” era cruciale: bisognava ottenere sostanziali progressi sul terreno, ed in particolare la prospettiva di un accordo, in tempi brevi prima di avviare un eventuale ritiro.

Le cose, però, non stanno andando così. Le offensive militari americane sono bloccate, il governo Karzai non compie progressi sul piano delle riforme e del buon governo, e i Talebani non sembrano intenzionati a concludere alcun accordo con gli americani.

La COIN, la strategia di controinsurrezione adottata da McChrystal in Afghanistan sulla falsariga di quella applicata da Petraeus in Iraq, non sta dando i frutti sperati (del resto anche in Iraq essa ha pacificato il paese solo quel tanto che bastava per permettere il disimpegno americano, ma non certo per risolvere i problemi del paese, che tuttora vacilla pericolosamente sul baratro della guerra civile e della disgregazione).

Gli esperti militari avvertono che la COIN richiede un periodo di 12-15 anni per avere successo. Questa strategia pone l’accento sulla protezione della popolazione locale, alla quale bisognerebbe garantire anche servizi e buon governo, al fine di convincerla a dare il proprio contributo a sconfiggere i ribelli (in questo caso i Talebani).

Ma a prescindere dalle contraddizioni insite nella strategia stessa (un difficile equilibrio fra l’uso della violenza, che inevitabilmente colpisce anche i civili, e l’uso di incentivi nei confronti di questi stessi civili) – contraddizioni che secondo alcuni sono intrinseche a qualsiasi progetto che in fin dei conti sia classificabile come “coloniale” – questo tipo di strategia forse avrebbe potuto dare qualche frutto se fosse stata applicata fin dall’inizio, e non dopo nove anni di guerra dagli esiti disastrosi.

Dopo tutti questi anni, gli americani, invece di essersi imposti come i pacificatori del paese, sono diventati parte del conflitto, schierandosi di fatto con un governo appoggiato da signori della guerra che in passato facevano parte della cosiddetta “Alleanza del Nord”, contro un movimento come quello talebano che è radicato essenzialmente nella componente di etnia pashtun del paese.

Ma gli americani sono diventati anche parte integrante del sistema di corruzione dominante in Afghanistan, ed anzi ne sono divenuti l’elemento trainante. Basti pensare che un recente rapporto denuncia come il sistema dei contratti per gli approvvigionamenti e la sicurezza dell’enorme apparato logistico americano finanzi con decine di milioni di dollari funzionari corrotti, signori della guerra, e gli stessi Talebani.

Gli americani importano dall’esterno tutto ciò che utilizzano in Afghanistan: dal Pakistan e dall’Asia centrale. In Afghanistan il sistema degli approvvigionamenti si basa su una rete di trasporti assicurata da gestori afghani attraverso un sistema di appalti e subappalti. Molti di questi gestori sono signori della guerra che chiedono prezzi esorbitanti per garantire la sicurezza dei convogli e che a loro volta pagano i Talebani perché i loro trasporti non abbiano problemi.

Gli americani sembrano essere di fatto prigionieri dell’Afghanistan, e difficilmente potranno dettare condizioni. Anzi, gli ultimi sviluppi nel paese sembrano essere ancora più preoccupanti per Washington: se la scadenza del luglio 2011 non sembra essere stata presa sul serio dai vertici militari americani, in Afghanistan è stata invece considerata come una prova inequivocabile dell’imminente partenza delle truppe USA.

Segnali chiarissimi indicano che il paese si sta preparando all’era post-americana. Il presidente Hamid Karzai sta intensificando i contatti con i Talebani, con la rete Haqqani che ha le proprie basi nel Waziristan pakistano, e con l’intelligence pakistana, nella speranza di garantirsi un futuro (o – secondo alcuni – quantomeno l’incolumità) dopo il ritiro americano.

Le comunità minoritarie dell’Afghanistan – tagiki, uzbeki e hazara – che hanno finora sostenuto il governo, si sentono tradite dalle ultime mosse di Karzai e non escludono il rischio di una nuova guerra civile , se quest’ultimo dovesse riportare al potere i Talebani.

Il Pakistan confida nel fatto che i Talebani riportino l’Afghanistan nella sua sfera di influenza coprendogli le spalle nella sua eterna faida con il vicino gigante indiano. Delhi e Teheran, che sono invece ostili ai Talebani, si apprestano a prendere le loro contromisure, rischiando così di ricreare la contrapposizione che si era determinata all’indomani del ritiro russo dall’Afghanistan nel 1989, quando India, Iran e Russia appoggiarono l’Alleanza del Nord contro i Talebani sostenuti dal Pakistan e dall’Arabia Saudita.

Sarà molto difficile per Washington fermare queste dinamiche. L’ironia della sorte vuole che il destino di Obama e quello di Petraeus, il quale secondo alcuni sarebbe potuto essere l’avversario di Obama alle presidenziali del 2012, siano ora inestricabilmente legati insieme. Difficilmente uno dei due potrà fallire senza trascinare con sé anche l’altro nella disfatta.

Medarabnews