La paura dell’ immigrazione spacca gli Usa

Nell’ America delle libertà individuali qualcosa sta cambiando. È di metá giugno la proposta del senatore dello Stato dell’Arizona, Russell Pearce, di negare la cittadinanza ai figli degli immigrati illegali, attraverso un nuovo provvedimento legislativo, il cosiddetto “anchor baby bill”. È così denominato perché nasce dal timore che, una volta che un bambino sia divenuto cittadino americano grazie allo ius soli, funga da “àncora” per una catena di familiari illegali, giustificandone la residenza continuata negli Usa.

Sfida allo ius soli

Il senatore Pearce propone che l’Arizona non rilasci più certificati di nascita con attribuzione automatica della cittadinanza, tranne nel caso in cui almeno uno dei genitori possa provare il proprio status legale nel paese. Secondo Pearce, la pratica di concedere la cittadinanza ai nati sul territorio incentiva gli immigrati illegali a venire negli Stati Uniti solo per far nascere i propri figli quali cittadini di pieno diritto. Nel 2009 una proposta simile era stata avanzata a livello federale da Nathan Deal, repubblicano della Georgia, ma si era poi arenata.

L’impatto di una riforma quale quella proposta da Pearce sarebbe considerevole: secondo una recente stima del Dipartimento per la sicurezza nazionale, gli immigrati illegali residenti negli Stati Uniti al gennaio 2009 erano 10,8 milioni. Nel solo 2008, secondo il Pew Hispanic Center, 3,8 milioni di immigranti illegali hanno dato alla luce bambini con diritto alla cittadinanza statunitense.

La proposta è stata aspramente criticata per il suo palese contrasto con il 14mo emendamento della Costituzione americana, risalente al 1868, che sancisce il diritto alla cittadinanza per tutte le persone nate o naturalizzate su suolo statunitense. Un’interpretazione estensiva dell’emendamento ha permesso, nel tempo, il riconoscimento della cittadinanza a categorie non contemplate originariamente. Pearce difende la costituzionalitá della sua proposta, rifacendosi a un’interpretazione del 14mo emendamento secondo “il vero intento della legge”. In effetti, l’introduzione del 14mo emendamento era stata voluta per legalizzare gli schiavi liberati, il cui status giuridico sarebbe rimasto altrimenti indefinito. Prima della sua introduzione, a regolare la materia era il Naturalization Act del 1790, che limitava la naturalizzazione a “persone bianche libere di buona moralitá”.

All’inizio, ricordano i sostenitori dell’”anchor baby bill”, persino i nativi americani non potevano beneficiare del 14mo emendamento, la cui applicazione si è nel tempo espansa. La prima sentenza interpretativa risale al 1898 (United States v. Wong Kim Ark): stabilì che qualunque individuo nato sul territorio degli Stati Uniti, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori, poteva diventare cittadino in forza del 14mo emendamento, fatta eccezione per i figli dei diplomatici stranieri. Hanno dunque diritto alla cittadinanza, se nati sul territorio nazionale, i figli di immigrati illegali, ma anche, per esempio, quelli possessori di regolare visto turistico.

Controffensiva dell’ amministrazione Obama

Lo stesso Stato dell’Arizona ha introdotto nell’aprile di quest’anno il SB 1070 (“Support Our Law Enforcement and Safe Neighborhoods Act”), che, tra le altre cose, prescrive che gli agenti di polizia, nel corso di un “lawful stop” (per esempio durante regolari operazioni di monitoraggio del traffico), se hanno il “ragionevole sospetto” che la persona sia un immigrato illegale, devono verificare il suo status con il governo federale. La legge ha suscitato non poche critiche, tra cui quella di introdurre il “personal profiling”, non ammesso dalla normativa federale vigente: infatti nelle normali operazioni di traffico, a suscitare un “ragionevole sospetto” potrebbe essere il colore della pelle, l’accento, il nome etc. I fautori del provvedimento, invece, puntano il dito sulla debolezza dello stato federale in materia, sui costi che l’immigrazione illegale comporta, specialmente agli stati di frontiera (in termini di crimini, costi per il sistema sanitario e per quello carcerario). A loro dire, inoltre, la nuova legge non fa altro che esplicitare principi già presenti nell’ordinamento.

IL 6 luglio l’amministrazione Obama ha impungato la legge dell’Ariziona davanti alla corte federale di Phoenix sollevando il dubbio di legittimità. E’ la prima volta in assoluto che l’amministrazione fa causa ad uno stato in assenza di una previa legge federale sul tema o di una circostanza eccezionale che legittimi l’azione. In precedenza, in casi simili, il governo federale ha deciso di fare causa ad uno stato solo di fronte a un palese contrasto di legislazioni. Fu questo, ad esempio, il caso del programma federale E-Verify che permetteva di verificare elettronicamente l’autorizzazione al lavoro dei dipendenti, e che lo stato dell’Illinois mise al bando sul suo territorio. Nel 2007 il Dipartimento di Sicurezza nazionale fece causa allo Stato dell’Illinois, vincendola. Nella situazione attuale invece, non c’é uno statuto federale specifico che si possa sostenere sia stato violato dalla legge dell’Arizona. La teoria giuridica su cui si può basare l’azione federale è quella della “supremacy challenge”: la legge statale viene impugnata per ingiustificata interferenza nel diritto del governo federale di sorvegliare i confini nazionali e di legiferare sulla materia. Quindi il governo federale dovrebbe provare che la legge dell’Arizona ostruisce, invece di aiutare, l’attuazione della politica immigratoria nazionale.

Primi boicottaggi

Inoltre, dicono i critici, l’azione legale federale è pleonastica in quanto sono aperte già altre cinque azioni legali contro la nuova legge dell’Arizona da parte di associazioni quali l’American Civil Liberties Union (Aclu). La legge è stata adottata in aprile ed entrerà in vigore il 29 luglio, ma sono già scattati i primi boicottaggi: le città di Los Angeles e San Francisco hanno approvato mozioni che proibiscono ai rispettivi governi locali di fare affari con l’Arizona.

La contesa verte su principi giuridici, ma quel che si avverte è un diffuso disagio per la difficoltà di conciliare l’inclusione di nuovi cittadini – potenziale forza propulsiva, sia economica che culturale – con la tutela dei valori fondanti dei paesi di accoglienza, che sono poi uno dei motivi di attrazione per gli stessi immigrati. L’Europa è tutt’altro che esente da questo dilemma e, pur nella diversitá delle soluzioni proposte, le due coste dell’Atlantico sembrano sempre più costrette a confrontarsi con gli stessi problemi derivanti dai processi di globalizzazione e dalle reazioni politiche e sociali che essi innescano.

Giuliana Canè è avvocato a Roma e New York – AffarInternazionali.it